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Philippe Daverio. Lo stalinismo ha il volto buono.
Palermo. Notte tra il 14 e il 15 luglio, la notte del “festino di Santa Rosalia”. Il direttore artistico incaricato dal sindaco Diego Cammarata di organizzare la serata più importante per il popolo palermitano, il noto critico d'arte Philippe Daverio, entra in contatto con un gruppo di disoccupati che lo criticano. Ne nasce una baruffa. Daverio si lascia andare a pesanti insulti. Una delle persone con cui litiga gli grida “fascista”. Daverio si volta e precisa. “Io sono stalinista. E quelli come voi andavano nelle miniere di sale. All'epoca mia li facevano crepare”.
Da più di un triennio mi occupo di storia del gulag e in particolare della sua letteratura. Sono stati anni difficili da un punto di vista umano, anni in cui, affrontando documenti, lettere di vittime, storie personali devastate da un sistema repressivo senza precedenti per intensità e profondità psicologica e sociale, mi sono spesso trovato sull'orlo delle lacrime. Ricordo, non tanto tempo fa, la crisi lacerante che mi provocò una fotografia contenuta nel file personale di Vasilij Dement'ev, un avvocato morto di scorbuto in Kolyma, incredibilmente somigliante a mio padre. Nella terribile lotta per mantenere un distacco che garantisca scientificità al mio lavoro, una sconcertante e costante presenza è sempre stata rappresentata dall'incredulità di fronte al silenzio del mondo sui crimini sovietici.
Le parole di Daverio sono difficili da commentare. Perché vengono da un uomo di cultura. Perché non si sono limitate a sbandierare un credo discutibile, ma hanno aggiunto un chiaro accenno allo sterminio fisico, provando senza ombra di dubbio la conoscenza del critico d'arte del carattere repressivo dello stalinismo, e la sua evidente ammirazione per esso.
Le parole di Daverio mi hanno onestamente spiazzato. Ho sempre creduto che il silenzio fosse dovuto alla distanza storica dai fatti e alla disinformazione criminale che storicamente ha nutrito questa omertà. Mi trovo, nel 2010, di fronte a un intellettuale di spicco, autore e conduttore di programmi televisivi sui canali di stato, brillante critico d'arte, pronto ad impugnare le stesse rivoltelle che i boia sovietici puntavano alla nuca di donne e uomini innocenti. E fatico a trovare spiegazioni.
Le radici del male sono più spesse e resistenti di quanto non si creda. Non rinsecchiscono nel terreno arido dell'oblio, sanno trovare nuova linfa in direzioni inaspettate e incontrollabili. Sono sempre rigogliose. Per questo bisogna sempre tenere la guardia alta.
Stamane, al mio risveglio, mi ero stizzito a leggere dell'edizione Adelphi di “Višera” di Šalamov con la prefazione di Roberto Saviano. Mi ero stizzito perché mi era parsa una pura operazione commerciale, visto il successo della recente tirata dello scrittore su Šalamov negli studi di Fabio Fazio. Mi ero stizzito perché continuo a credere che Saviano ne abbia capito poco del gulag, e soprattutto poco di Šalamov. Mi ero stizzito perché Saviano, pochi mesi prima di iniziare a parlare di autori di gulag, aveva inneggiato a un romanzo di Nikolaj Lilin che celebrava i peggiori criminali dei gulag, i più feroci, gli urka siberiani che uccidevano per gioco i prigionieri politici come Šalamov.
A fine serata, di fronte allo scempio storico pronunciato da Daverio, ritorno sui miei passi. Ben vengano i Saviano, ben vengano tutte le persone disposte a parlare di questo apocalittico disastro che continua a nutrire l'atrocità peggiore di tutte, l'offesa delle sue vittime. Perché Daverio, provocato e irato, ha parlato. Ma, probabilmente, ci saranno altre persone, ovunque nel mondo, pronte a impugnare la rivoltella dei boia sovietici.
Gradirei che Daverio venisse con me negli archivi russi ed aprisse i file delle vittime del gulag. Gradirei che leggesse la storia del poeta Vladimir Svešnikov-Kemeckij, che torna in patria dicendo agli amici “vado a morire”. Gradirei che avesse sotto mano le lettere della sorella di Ady e Baki Urmance, che in pochi foglietti scritti a mano racconta dei suoi fratelli arrestati e poi fucilati in gulag e del padre dekulakizzato e morto di fame, abbandonato in un cortile di città. Mi accontenterei anche solo di vederlo leggere uno qualsiasi dei “Racconti di Kolyma”.
Ma temo che, dopo un simile viaggio nell'orrore, resti fiero delle sue convinzioni. Allora gli ricorderei che quasi tutti i boia dello stalinismo, finiti a loro volta nel tritacarne, di fronte alla certezza della morte ebbero crisi di fede. Quando il loro Dio era pronto a ridurli in cenere. Quando era ormai troppo tardi.
Gentile professore Daverio, non è mai troppo tardi. Si scusi. Non con i palermitani. Con il genere umano.
Andrea Gullotta
Dottorando in Slavistica presso l'Università degli Studi di Padova


