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Robert Havemann

esponente del dissenso marxista


Nasce a Monaco, la madre è pittrice e il padre insegnante e pittore. Studia chimica all’università di Monaco e Berlino. Nel 1932 entra nel Partito Comunista tedesco. Dal 1933 fa parte del movimento di opposizione al nazismo, dapprima nell’organizzazione unitaria del partito comunista e di quello socialdemocratico, poi nel gruppo Unione Europea, da lui fondato nel luglio del 1943. L’attività del gruppo si concentra soprattutto sul dare rifugio a numerosi ebrei e sui contatti con i prigionieri ai lavori forzati. Nell’autunno del 1943 vengono arrestati e condannati a morte quattordici membri dell’Unione, fra cui lo stesso Havemann. Alcuni scienziati suoi amici riescono più volte a far rimandare l’esecuzione, con il pretesto che il collega sta svolgendo “ricerche scientifiche di grande importanza militare”. Nella cella della morte, dove deve portare avanti queste ricerche, Robert installa un’antenna radio da cui ogni giorno riesce a trasmettere un bollettino per i compagni di prigionia. All’avvicinarsi delle truppe sovietiche inizia a produrre materiali esplosivi per un’eventuale battaglia contro le SS. Al termine delle ostilità, nel luglio del 1945 i comunisti sovietici e della Germania Est gli affidano l’incarico di direttore di un importante istituto scientifico nel settore americano di Berlino. I servizi segreti sovietici gli chiedono di fornire i dati dei membri dell’organizzazione socialdemocratica “Ricominciare” che si erano opposti alla creazione del partito unico (SED), ma lo scienziato rifiuta. Nel 1948 gli Americani lo rimuovono dalla carica di direttore e nel 1950 lo licenziano dall’istituto per aver criticato la creazione della bomba all’idrogeno. Havemann allora si trasferisce nella DDR, dove è nominato direttore dell’Istituto di Chimica fisica dell’Università Humboldt di Berlino e lo stesso anno entra nel SED. Nel 1956 diviene un “membro non ufficiale” della polizia politica (Stasi), con la missione di tenere i contatti con gli scienziati occidentali per cercare di guadagnarli alla causa della DDR. Dal 1959 la Stasi inizia a tenerlo sotto osservazione, perché non lo ritiene più affidabile. Il XX Congresso del PCUS e il silenzio da cui questo evento è coperto nella DDR lo sconvolgono profondamente, spingendolo a criticare il sistema e a chiedere la destalinizzazione del Paese. Nel 1956 prende pubblicamente posizione a sostegno della rivoluzione ungherese, anche durante le riunioni di partito. Nel 1962 tiene una conferenza in cui condanna il dogmatismo ideologico del regime. Non potendo pubblicare la conferenza, la trascrive a macchina e la distribuisce in patria e all’estero. Per questo viene espulso dal consiglio direttivo dell’organizzazione di partito dell’università. Tra il 1963 e il 1964 tiene le sue ultime lezioni, ascoltate da oltre un migliaio di studenti provenienti da tutta la Germania Orientale, in cui tra l’altro parla della libertà della persona, che “dovrebbe poter agire secondo le proprie aspirazioni individuali, senza essere limitata e soffocata da direttive, ordini e assiomi”, anche e soprattutto dentro una realtà socialista. Il SED scorge in queste parole una dissociazione pericolosa e lo espelle dall’università e dal partito. Dal gennaio 1964 la Stasi interviene più volte contro di lui con perquisizioni e interrogatori. Negli anni Sessanta e Settanta si dedica a scrivere, raccoglie attorno a sé un nutrito gruppo di oppositori e mantiene contatti con gli eurocomunisti occidentali. Nel 1968 difende le riforme in Cecoslovacchia, mentre i suoi due figli pagano con il carcere la partecipazione a manifestazioni di protesta contro l’invasione sovietica. Nel novembre 1976 protesta vivacemente contro l’espulsione dal Paese del cantautore e poeta Wolf Biermann, suo intimo amico, e viene per questo condannato agli arresti domiciliari, revocati solo nel maggio 1979. Nonostante la stretta sorveglianza della Stasi, nel febbraio 1977 incontra Lucio Lombardo Radice, membro del Comitato Centrale del Partito Comunista Italiano. Nel 1979, dopo un processo farsa, è condannato a una multa di diecimila marchi per aver pubblicato le sue opere in Occidente, ma non si lascia intimidire e prende nuovamente la parola con il testo Dieci tesi per il XXX anniversario della DDR, in cui critica l’inasprimento del diritto penale, in particolare il paragrafo 106 sull' ”istigazione ad attività antistatali”, chiedendo che in Parlamento sia ammessa l’opposizione, la libertà di parola, la liberazione dei prigionieri politici. Nel 1980 pubblica il suo ultimo libro, Domani. La società industriale al bivio. Critica e utopia reale, in cui fa un bilancio delle catastrofi e delle crisi del XX secolo e conclude che né il capitalismo, né il socialismo sono una vera soluzione per i problemi dell’umanità. Negli ultimi anni di vita appoggia il movimento pacifista. Il 20 settembre 1980 scrive una lettera aperta a Leonid Breznev, firmata da numerosi intellettuali anche occidentali, in cui esprime le tesi del movimento, sostiene la necessità della riunificazione della Germania e il diritto di ogni uomo alla libertà di pensiero e di parola. Verso la fine del 1981, scrive l’Appello di Berlino, in cui ribadisce le sue richieste al regime. L’appello sarà pubblicato il 25 gennaio 1982. Muore nell’aprile 1982. Nonostante le contromisure della Stasi, al suo funerale partecipano centinaia di persone, trasformando le esequie in una manifestazione di protesta contro il regime.
Il 28 novembre 1989, subito dopo la caduta del muro di Berlino, viene pubblicamente riabilitato dalle autorità tedesche.

Bibliografia Robert Havemann, Dialettica senza dogma. Marxismo e scienze naturali, Einaudi, Torino, 1977
Robert Havemann, Un comunista tedesco, Einaudi, Torino, 1997
Robert Havemann, Domande, risposte, domande. Autobiografia di uno scienziato marxista, Einaudi, Torino, 1971
Lucio Lombardo Radice, Sul socialismo reale. Saggi su Robert Havemann e Milan Kundera, Editori Riuniti, Roma, 1990

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I dissidenti del totalitarismo

nei regimi comunisti dell'Europa centrale

Il cosiddetto “dissenso” nei regimi comunisti dell’Est europeo non è riducibile alla semplice connotazione di “opposizione” suggerita dalla definizione, ma deve essere considerato innanzitutto come il tentativo di costruire una “polis parallela” basata sulla responsabilità di ogni cittadino e volta a occupare gli spazi di libertà culturale, sociale e umana strappati al regime totalitario all’interno del tessuto sociale. Gli esponenti di Charta ’77 e di Solidarnosc, come Vaclav Havel, Radim Palous, Jacek Kuron, Adam Michnik, hanno sempre sottolineato che il “il potere dei senza potere” consiste nel vincere la paura attraverso la forza creata da un’assunzione collettiva di responsabilità, testimoniata dall’esortazione a “vivere la verità” in una società basata sulla menzogna. Molto spesso la loro azione di “dissenso” consisteva nel reclamare l’applicazione delle leggi, come quella sulla libertà di coscienza, e degli accordi internazionali sottoscritti dai loro Paesi, come gli Accordi di Helsinki. Da qui è nato un ampio movimento in grado di influire sui comportamenti e sulla mentalità dell’opinione pubblica, al punto che - a parte la Romania – il sistema totalitario è stato rovesciato in modo pacifico, senza spargimento di sangue, con una nuova classe dirigente riconosciuta dalla maggioranza della popolazione, pronta ad assumersi la responsabilità della cosa pubblica.

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