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Amedeo Ruggi

il giovane antifascista che portò in salvo in Svizzera una famiglia ebrea di Imola


Testimonianza di Grazia Fiorentino - Imola, 14 febbraio 2005


Sono nata nell’unica famiglia ebrea di Imola e nel novembre del 1938 sono stata l’unica bambina ebrea cacciata dalla scuola elementare a otto anni. Con grande cautela i miei genitori hanno cercato di spiegarmene il perché, ma per me era incomprensibile capirne le ragioni. Da quel momento e per tutte le elementari ho avuto in casa una paziente signora anziana, maestra in pensione, di famiglia socialista, che tutti i giorni mi faceva lezione, ma ho perso quasi tutte le mie compagne di classe, salvo pochissime, che hanno continuato a venire a giocare con me. Ogni anno mi presentavo come privatista agli esami per passare alla classe successiva e, come un’appestata, ero tenuta in un banco a parte. Due anni di scuola media li ho fatti con la mamma, laureata in lettere, e con una ragazza universitaria di matematica per le materie scientifiche.
Nell’autunno del 1943 la mia famiglia si trovava già da mesi sfollata per paura dei bombardamenti in un paesino a una decina di chilometri da Imola, quando i tedeschi hanno saccheggiato la nostra casa; mio padre ha deciso che non fosse più sicuro rimanere lì. Per circa due mesi abbiamo trovato rifugio sugli Appennini verso la Toscana, in casa di contadini; poi i fascisti hanno arrestato due nostri cugini nascosti a pochi chilometri da noi (uno di loro è poi morto ad Auschwitz) e così nostro padre ha preso la decisione di seguire la strada indicata da sua sorella maggiore già partita per la Svizzera e tentare anche noi la fuga. Ci siamo spostati in pianura a casa della donna di servizio di mia nonna, in attesa di raggiungere in treno Como e la frontiera, ma la cosa non era facile perché non avevamo documenti falsi.
A un certo punto ci venne a trovare Amedeo Ruggi, un giovane ventitreenne, nipote del marito cattolico della sorella minore di papà. Ruggi, che odiava i fascisti da quando gli avevano picchiato a morte il padre e reso sordo lo zio, con coraggio si occupò della nostra partenza. Dopo alcuni giorni si presentò indossando una divisa militare, in compagnia di un autista su un’automobile con cui raggiungemmo la stazione ferroviaria di Modena quando era ormai buio. L’unico treno per Milano era già pieno zeppo, così salimmo su un carro merci affollato di persone sedute per terra. Passammo ore in attesa della partenza del treno, bloccato da un bombardamento sulla linea ferroviaria, e mentre aspettavamo fu rubato un portafoglio a un passeggero. Nel buio una voce disse che bisognava chiamare la ronda tedesca che era sulla banchina, ma Ruggi con molta prontezza replicò di essere un ufficiale e che ci avrebbe pensato lui a ritrovare il portafogli: che infatti poco dopo saltò fuori, con grande sollievo per tutti noi.
Dopo un viaggio estenuante arrivammo a Como a mattina inoltrata e dovemmo aspettare il pomeriggio per trasferirci nel paese di S. Fermo, dove avevamo appuntamento con il contrabbandiere che ci doveva guidare al confine. La giornata passò tra una panchina, una trattoria e tanto camminare a casaccio, fino alla partenza su una macchina di servizio pubblico. Dopo pochi chilometri l’autista fermò l’auto vicino a una caserma e ricattò mio padre dicendo: “ o mi date diecimila lire o vi denuncio, perché ho capito cosa state per fare”. Ruggi gli si buttò addosso per picchiarlo, ma mio padre preferì dargli i soldi per poter proseguire. Arrivati al casolare indicato, una donna ci infilò in un ovile e ci disse di aspettare. Restammo così parecchie ore, senza mangiare e con l’angoscia di essere caduti in un tranello, quando finalmente arrivò a prenderci un uomo con un impermeabile e un passamontagna. Dovevamo camminare per un’ora in un bosco senza mai parlare – ci spiegò – e poi scivolare sotto la rete di confine che lui stesso avrebbe alzato quel tanto da permetterci di passare uno alla volta senza far suonare i campanelli d’allarme che vi erano agganciati. Al di là della rete c’erano duecento metri di “terra di nessuno” dove i tedeschi potevano sparare e quindi dovevamo correre senza girarci anche se sentivamo i cani lupo abbaiare o degli spari. Ci affrettammo allora a partire, dopo aver abbracciato Ruggi, al quale mio padre consegnò metà di un biglietto di cui tenne l’altra metà, e i soldi pattuiti con il contrabbandiere, che doveva essere pagato solo dopo averci portato in salvo: al suo ritorno avrebbe consegnato a Ruggi la metà del biglietto tenuto da mio padre come conferma.
Io sono stata la prima a passare e a correre a perdifiato per quei duecento metri, finendo addosso a una sentinella svizzera. Poi passò mia madre e alla fine mio padre, che diede il pezzetto di carta al contrabbandiere, da consegnare a Ruggi per ricevere il compenso pattuito. Finalmente eravamo in salvo!

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