English version | Cerca nel sito:

Dith Pran

Giornalista, fotografo e attivista dei diritti umani


Dith Pran nasce il 27 settembre 1942 nella città di Siem Reap, in Cambogia, Paese all’epoca appartenente all’Indocina francese, ma occupato dall’esercito giapponese.
Lontano dalla capitale, il ragazzo cresce con le sorelle e i fratelli nella più tranquilla zona degli antichi templi di Angkor Wat, da sempre meta di molti turisti. Appartenente a una famiglia della classe media, (il padre Proeung era un pubblico ufficiale che supervisionava la costruzione delle strade), Pran può frequentare le scuole locali dove impara il francese. Inoltre studia l'inglese come autodidatta e dopo aver terminato la scuola nel 1960, inizia a lavorare come interprete per l'USA Assistance Command e con una troupe cinematografica britannica, dopo la rottura delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti da parte del governo cambogiano.

Nel 1970, con la presa del potere di Lon Nol, rientrato dagli Usa, si normalizzano i rapporti con gli americani e Pran si trasferisce con la famiglia nella capitale, dove viene assunto come guida e interprete per i reporter del New York Times destinati in quell'area, tra cui Sydney Schanberg. I due diventano amici e dal 1973 Pran lavorerà solo per Schanberg. Nel frattempo è scoppiata la guerra civile tra le forze governative di Lon Nol e i Khmer Rossi di Pol Pot, che dilaga nel Paese fino alla presa del potere dei comunisti nel 1975.
Nell’aprile, dopo il ritiro dal Vietnam, gli Stati Uniti lasciano anche la Cambogia e il personale americano abbandona Phnom Penh mentre migliaia di cambogiani cercano di fuggire. Pran aiuta la moglie e i quattro figli a scappare su un camion militare USA, ma rimane nella capitale per aiutare Schanberg a raccontare la cronaca della conquista del potere da parte dei Khmer Rossi: entrambi sperano che in seguito la situazione si calmerà. Iniziano invece saccheggi e uccisioni, i soldati khmer sparano sulla gente per strada, molte persone muoiono in questi primi attacchi e quasi tre milioni di cambogiani sono costretti a lasciare le città per dedicarsi al lavoro agricolo nelle campagne, su cui il nuovo regime intende fondare il proprio potere.
Pran, Schanberg, e altri due giornalisti vanno a visitare un ospedale per documentare la situazione dei morti e dei feriti, ma vengono sorpresi da un gruppo di Khmer rossi armati, decisi a ucciderli. Pran, esponendosi in prima persona, riesce a dissuaderli e a rifugiarsi con Schanberg e gli altri giornalisti nella sede dell'Ambasciata francese, salvando loro la vita. Solo gli stranieri, tuttavia, riescono poi a ripartire in elicottero e a rientrare negli Stati Uniti (dove Schanberg si prenderà cura della moglie e dei bambini di Pran). L'amico cambogiano, invece, rimane bloccato in Cambogia e per lui, come per molti suoi connazionali, iniziano cinque anni di terrore.

Il 1975 fu chiamato "Anno Zero", per simboleggiare il fatto che la Cambogia veniva "rifondata": i Khmer Rossi avevano l'ordine di giustiziare chiunque indossasse occhiali, trucco, orologi, o altre prove d'influenza occidentale. Pran è inviato in un villagio per essere “rieducato”, con gli altri abitanti, a colpi di bambù, di esecuzioni sommarie, di lavoro manuale estenuante e di diete a base di brodaglia di riso: la fame è tale che i prigionieri mangiano qualunque cosa riescano a procurarsi, dai serpenti, alle lumache, fino ai topi e perfino alla carne dei cadaveri. Quasi due milioni di cambogiani sono stati uccisi in questo modo, mentre il mondo rimaneva in silenzio e gli Stati Uniti, ritiratisi dal Sud-Est asiatico e profondamente segnati dall’esperienza vietnamita, rivolgevano la propria attenzione ad altre questioni. Nel frattempo Sydney Schanberg riceveva il premio Pulitzer nel 1976 per i suoi reportage sulla Cambogia e cercava disperatamente di avere notizie di Pran, ma senza successo.

Solo nel gennaio del 1979 il regime dei Khmer rossi viene rovesciato dall’invasione vietnamita e la popolazione può far ritorno nelle città.
Dith, sopravvissuto, scopre che 50 membri della sua famiglia sono stati uccisi e decide di fuggire nel timore che anche i vietnamiti possano perseguitarlo con l’accusa di essere una spia al servizio del nemico statunitense per il suo passato di contatti con gli americani.
Nel luglio 1979 inizia insieme ad altri profughi una marcia estenuante (sessanta miglia al giorno attraverso le mine, tra truppe dei vietnamiti e Khmer Rossi), fino al confine tailandese, dove giunge nel mese di ottobre, rifugiandosi in un campo profughi. Qui chiede a un funzionario americano di contattare Schanberg, che si precipita in soccorso dell’amico cambogiano e lo aiuta a raggiungere gli Stati Uniti. A San Francisco Pran ritrova la famiglia, inizia a lavorare al New York Times come reporter e nel 1986 diventa cittadino americano.

Dith ha continuato per tutta la vita a impegnarsi nelle campagne contro i genocidi e in particolare a favore delle vittime di quello cambogiano: è rientrato molte volte nel suo Paese d’origine per tentare di consegnare i Khmer Rossi alla giustizia, e con la seconda moglie, Kim Depaul, ha creato il "Dith Pran Holocaust Awareness Project", per organizzare una documentazione fotografica su Internet che aiutasse i cambogiani nella ricerca dei membri dispersi delle loro famiglie. Nel 1997 ha pubblicato nel libro Children of Cambodia's Killing Fields: Memoirs by Survivors le interviste a ventinove persone sopravvissute al regime dei Khmer Rossi.
Dalle vicende che stravolsero la vita di Dith Pran e dalla sua amicizia con Sydney Schanberg è nato il film The Killing Fields di Roland Joffé (tradotto in italiano con “Urla del silenzio”), vincitore di tre premi Oscar.
Dopo il suo secondo divorzio Pran ha vissuto in una grande famiglia con la compagna, Bette Parslow, i quattro figli, la sorella Samproeuth e sei nipoti.

Alla sua morte, avvenuta il 31 marzo 2008 all’età di 65 anni a causa di un male incurabile, Dith stava lavorando per costituire un’altra organizzazione, ancora senza nome, per aiutare la Cambogia. Ha più volte dichiarato che il suo massimo rimpianto è stato di non poter vedere alla sbarra Pol Pot, processato davanti al mondo.

Commenti

L'ardua difesa della dignità umana

nel totalitarismo comunista

Il GULag come organizzazione del sistema dei lager sovietici è stato un potente strumento di sterminio di intere categorie di cittadini nelle mani del totalitarismo comunista, in URSS dalla metà degli anni Venti e per imitazione negli altri paesi del blocco comunista, sia in Europa che in Estremo Oriente, nella seconda metà del Novecento.
Attraverso il terrore il regime ha esercitato un ferreo controllo sociale e la sottomissione completa della popolazione.
Per chi voleva opporsi non si trattava di rischiare la vita per salvare un altro essere umano, ma di salvare la propria identità anche a costo della vita. Solo così, indirettamente, altre vite sono state salvate e questa coraggiosa resistenza morale ha contribuito al disfacimento dell’impero sovietico, fino al crollo del 1989.

Scopri nella sezione