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Peggio della guerra


Daniel Goldhagen
Mondadori, Milano, 2010

"Settecento pagine in cui Goldhagen analizza il tema del genocidio, delle sue origini e delle sue dinamiche, ripensando e superando le trite e stanche categorie umanitarie. E’ presto spiegato il mistero del titolo. Cosa può essere peggio della guerra? 150 milioni di morti vittime non di conflitti tradizionali, quanto di politiche di annientamento sistematico. La tesi di Goldhagen è che le politiche di sterminio di massa non derivino da una sorta di decadenza morale e culturale degli assassini, traggono origine invece da razionali calcoli politici. Goldhagen racconta il processo di disumanizzazione che precede il genocidio e spiega che lo sterminio di massa è soltanto uno strumento di un fenomeno pseudo-illuminista del nostro tempo: l’eliminazionismo. Si elimina una classe di esseri umani per mantenere il potere. “Le atrocità cambiano per l’ideologia soltanto, per la fantasia di purificare il mondo. Ma in sostanza sono tutte uguali”. Con il suo primo libro nel 1996, lo storico aveva accusato la Germania collettivamente di aver avuto un ruolo nello sterminio degli ebrei. In questo nuovo saggio, Goldhagen passa in rassegna il processo 'eliminazionista' che ha portato al Rwuanda del 1994, alla Srebrenica bosniaca per mano dei serbi, ai massacri in Indonesia e Cambogia, a Saddam Hussein, all’Africa contemporanea e all’islam politico. Non dobbiamo guardare al genocidio come qualcosa di misterioso e aberrante, ma come una manifestazione “politica”, non come un fenomeno antico, barbarico, ma molto moderno, perfino illuminista dice Goldhagen".

Giulio Meotti su Il Foglio.it

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