Russia, il massacro dei reporter scomodi
reportage di Mark Franchetti
Sulle pagine de La Stampa Franchetti afferma: "Dal 2000, poco dopo l’ascesa al potere dell’attuale primo ministro russo Vladimir Putin, nel Paese ci sono stati 19 omicidi irrisolti di giornalisti, oltre a decine di brutali pestaggi. Solo quest’anno sono già stati ammazzati otto giornalisti. In quest’ultima settimana altri due sono stati ferocemente aggrediti. Le due vittime più famose di questa tragica caccia ai miei colleghi sono Anna Politkovskaya e Paul Klebnikov. La prima era una tra le più stimate giornaliste investigative russe, che aveva scritto molto sui crimini e sulle violazioni dei diritti umani in Cecenia. Fu uccisa quattro anni fa, il 7 ottobre, giorno del compleanno di Putin. Il secondo, il direttore americano dell’edizione russa della rivista economica Forbes, fu ucciso due anni prima.
Il Cremlino ha più volte promesso di consegnare gli assassini alla giustizia, ma nonostante due processi di alto profilo entrambi gli omicidi restano irrisolti. Conoscevo la Politkovskaya e incontrai Klebnikov per la prima volta a una lunga cena a Mosca appena cinque giorni prima che fosse ucciso. Non sta a me suggerire quello che potrebbero pensare, ma l’istinto mi dice che non sarebbero sorpresi di sentire che i loro assassini sono ancora liberi. Non c’è prova che il Cremlino abbia avuto un ruolo in uno qualsiasi di queste aggressioni o omicidi. Ma la leadership russa, non riuscendo mai a risolvere questi crimini, è responsabile per la cultura di impunità che ha creato.
Ogni delitto, ogni aggressione viene fortemente condannata. Vengono fatte promesse, aperte inchieste e persino vengono celebrati processi. Ma le condanne sono rarissime".
16 novembre 2010
Approfondimenti su Gariwo
- Oleg Kashin a confronto con gli inquirenti [articolo]
- racconta la sua aggressione
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Nell'Italia fascista, nella Germania nazista e nella Russia sovietica, nella Cina maoista e nei regimi dittatoriali dell'America Latina, così come nelle moderne teocrazie e nuove autocrazie, i libri scomodi venivano messi all'indice, fino ai roghi nelle piazze, e gli storici, scienziati, accademici, artisti non allineati costretti all'esilio o rinchiusi in carcere.
Il totalitarismo entrava nelle case e imponeva il proprio controllo all'interno della famiglia, dove dominava la paura di essere traditi persino dalle persone più care. Si innescava così un meccanismo di autocensura: per sopravvivere si preferiva rinunciare non solo a esprimere le proprie idee, ma anche a ... pensarle. Non restava che omologarsi alla dottrina espressa dal leader al potere.
Chi cerca di resistere, di mantenere la propria individualità e libertà interiore, perde tutto, ma la sua autonomia, sommata alla resistenza di tanti altri nelle stesse condizioni, mina alle fondamenta un regime dittatoriale, fino al suo crollo finale.












