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L'assassinio di Hrant Dink

responsabilità di Stato e media nel libro di Goktas


Hrant Dink (foto Flickr: utente Kemal Y.)

Hrant Dink (foto Flickr: utente Kemal Y.)

Aggiornamento 27 luglio 

Il cronista giudiziario Kemal Goktas ha pubblicato in turco con la casa editrice Guncel "Hrant Dink Cinayeti: Medya, Yargi, Devlet". Il libro analizza le responsabilità dello Stato e dei media che portarono all'omicidio di Hrant Dink, giornalista e intellettuale turco di origini armene.

19 gennaio 2007
In Turchia assassinato
giornalista armeno
Barbaramente ucciso a Istanbul il coraggioso direttore armeno del giornale bilingue Agos, più volte sotto processo e minacciato dai nazionalisti turchi per aver denunciato in patria il genocidio degli armeni.



"L’uccisione di un giornalista rappresenta sempre un fatto tragico, legato al tentativo dei criminali di limitare la libertà di parola e di pensiero.
L’assassinio di Dink, giornalista armeno in Turchia, assume ancora più tragica rilevanza se solo si considera il suo impegno da sempre profuso a favore del dialogo e della tolleranza.

Nato il 15 settembre 1954, dopo aver frequentato le scuole armene, si laureò in zoologia pur continuando a dedicarsi agli studi di filosofia.
Dal 1996 è stato direttore responsabile di Agos , giornale bilingue della comunità armena di Istanbul, dalle colonne del quale si è sempre battuto per la ricerca del dialogo tra turchi ed armeni e tra Turchia ed Armenia.
Nonostante questo suo impegno, non è sfuggito alle mire del famigerato art. 301 del codice penale turco, è finito sotto processo e condannato a sei mesi di prigione (con la condizionale) nell’ottobre del 2004 con l’accusa di “lesa turchicità”.
Il suo carattere mite è evidenziato dalle parole che pronunciò, a caldo, dopo la sentenza: “ se la mia condanna verrà confermata significherà che ho insultato questa gente e sarà un grande disonore per me restare nello stesso paese. Quello che è successo è inconcepibile”.
La sua morte è frutto della cultura dell’odio verso gli armeni che ancora resiste nelle frange estremiste della società turca; un odio alimentato dal potere di Ankara, da una mentalità ancora troppo nazionalista, da un orgoglio turco che non si piega neppure davanti alle pagine più tragiche della storia come il genocidio degli armeni.
Ma l’assassinio di Dink è, purtroppo, anche il frutto di quell’opportunismo politico, di quegli interessi economici, di quella indifferenza che alberga in taluni settori della società europea ed italiana.

Il Consiglio per la Comunità armena di Roma nel mentre piange Hrant Dink, si augura che il suo sacrificio non sia vano; che i suoi assassini siano prontamente assicurati alla giustizia, che il governo turco abbia la forza morale di condannare l’episodio e di cancellare immediatamente – logica risposta alla violenza - quel mostruoso art. 301 in nome del quale ogni giorno si celebrano processi."

Dink sapeva di essere in pericolo, ma non aveva mai voluto abbandonare Istanbul, dove la sua famiglia era emigrata quando il giornalista aveva sette anni. «Non lascerò questo paese», aveva dichiarato nel luglio scorso in un’intervista alla Reuters, «se me ne andassi sentirei di avere lasciato da soli quanti combattono per la democrazia. Sarebbe un tradimento e non lo farò mai».

Nella conferenza stampa convocata subito dopo la diffusione della notizia, il primo ministro Erdogan ha deplorato l'assassinio, che ha definito "un attacco contro tutti noi, alla nostra unità, alla nostra integrità, alla nostra pace e stabilità, un attacco contro la libertà di pensiero e il nostro stile di vita democratico".

Piu' di duemila manifestanti sono scesi in piazza a Istanbul per protestare contro l'uccisione del giornalista. "Siamo tutti armeni, siamo tutti Hrant Dink", ha scandito la folla radunata sulla centralissima piazza Taksim, che ha poi sfilato in corteo fino alla redazione del giornale di Dink, nel quartiere di Sisli.
Alcuni issavano cartelli con la scritta "Mio caro fratello" in turco, armeno e inglese. Gli stessi cartelli che hanno invaso la città il giorno dei funerali, a cui ha partecipato una folla immensa.

27 luglio 2009

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Dialogo e riconciliazione

tra vittime e persecutori sono i Giusti a parlare al futuro

Nel tessuto sociale lacerato di un Paese in cui è stato perpetrato un genocidio o altri crimini contro l'Umanità, è molto difficile, anche a distanza di anni, la ripresa di un dialogo per ricucire gli strappi e ricostruire una trama di convivenza civile tra chi appartiene al campo delle vittime - come i sopravvissuti o i familiari o i rifugiati e i loro eredi- e chi a quello dei persecutori, dei complici o degli indifferenti. A cui si aggiunge il ruolo primario dello Stato, dei suoi funzionari e governanti, che spesso cercano di negare l'accaduto e rifiutano di assumersi le responsabilità - pur evidenti - dei massacri. Solo la capacità di reazione e di ascolto di chi non si è piegato all'omologazione dei comportamenti nel gruppo dei persecutori e ha rifiutato di adeguarsi a condotte che la coscienza non approva, può garantire la ripresa di una comunicazione tra le parti che sappia coniugare l'esigenza della verità e l'assunzione di responsabilità con l'apertura al futuro e  a una comune progettualità. 
I Giusti sono gli unici ad avere le carte in regola per farlo.

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