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Lettera dei 300 diffusa in internet

migliaia di adesioni alle scuse rivolte agli Armeni


A Istanbul i quattro intellettuali turchi Baskin Oran, Ahmet Insel, Ali Bayramoglu e Cengiz Aktar presentato una dichiarazione in cui si chiede scusa agli Armeni per gli avvenimenti del 1915.

Il 16 dicembre la lettera viene firmata da numerosi docenti universitari e giornalisti, 300 intellettuali turchi che invitano il Governo ad aderire all'iniziativa. La parola genocidio non vi viene pronunciata (l'art. 301 del codice penale turco sanziona col carcere chi parla del genocidio armeno, facendolo rientrare tra i reati di "insulto all'identità turca"), ma questo sembra essere il segno che nel Paese c'è un dibattito aperto sulla questione e che il sentire comune piano piano esprime un desiderio di conoscenza di ciò che avvenne in Anatolia agli inizi del secolo scorso. "La mia coscienza - si legge nell'appello - non accetta il diniego della Grande catastrofe. Respingo questa ingiustizia e simpatizzo con i sentimenti e la pena dei miei fratelli armeni. Mi scuso con loro." 
La lettera dei 300, che è stata diffusa via internet, ha ricevuto più di 15000 adesioni.
Trascorsi due giorni di silenzio Il Primo Ministro turco Erdogan, condanna duramente la petizione che circola via internet e che chiede perdono per il massacro degli Armeni del 1915.
E' in questo clima lavorano scrittori e giornalisti come Alberto Rosselli (autore del libro L’olocausto armeno) e Dogan Ozguden, minacciati di morte da estremisti turchi, per aver parlato pubblicamente del Genocidio degli Armeni.

16 dicembre 2008

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Negazionismo

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Una delle caratteristiche ricorrenti nei fenomeni genocidari è il tentativo dei persecutori di occultare le prove dei massacri e negare l'intenzione dello sterminio, attribuendone la responsabilità alle stesse vittime, con un'operazione pianificata di mistificazione della realtà. 
Per attuare questo disegno risulta fondamentale piegare il linguaggio alle proprie esigenze. I nazisti ponevano un'attenzione maniacale all'uso di termini "neutri" per descrivere, non solo all'esterno, ma anche fra loro, la politica antiebraica: "soluzione finale" anziché sterminio, "trasporto" piuttosto che "deportazione"; gli stessi artifici linguistici utilizzati dagli autori del primo genocidio del XX secolo.

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