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Carcere e bavaglio per il regista Panahi

condanna a sei anni di detenzione e a 20 di silenzio


Aggiornamento 23 dicembre

La 26ma sezione del Tribunale Islamico di Teheran ha condannato il cineasta iraniano Jafar Panahi, 49 anni, a sei anni di prigione, con l'interdizione a realizzare film o lasciare il Paese almeno per i prossimi venti anni. Lo riferisce il suo avvocato, Farideh Gheirat. 

Il regista dovrà scontare cinque anni di reclusione per aver fatto parte di un'organizzazione illegale "a scopo di sovvertire lo Stato" e un altro anno per "attività di propaganda lesive dell'immagine della Repubblica Islamica". A questo si aggiungono i 20 anni di interdizione a "dirigere film di ogni tipo, di scrivere sceneggiature, di concedere interviste alla stampa nazionale e internazionale" e il divieto di "recarsi all'estero se non per motivi di salute o pellegrinaggio alla Mecca dietro una cauzione da stabilire".

Mobilitazione degli intellettuali francesi che si dicono indignati per la repressione del regista "sospettato di voler girare un documentario sull'Onda Verde". 

24 novembre 2010
"Non uccidete le mie idee"
autodifesa del regista iraniano Jafar Panahi

Il regista iraniano Jafar Panahi è stato arrestato e incarcerato perché stava realizzando un film sulle proteste antigovernative a Teheran. Rilasciato dopo un'ampia mobilitazione internazionale, pubblica su Facebook la sua difesa al processo che si è tenuto nei giorni scorsi.

I dvd che aveva in casa sono stati sequestrati e gli sono costati l'accusa di detenzione di materiale osceno: "Non capisco l'accusa di oscenità rivolta ai classici della storia del cinema, e non capisco il delitto di cui sono accusato - ha dichiarato Panahi in tribunale -. Se queste accuse sono vere, non sono solo io a essere processato, ma la coscienza sociale e artistica del cinema iraniano, un cinema che cerca di tenersi al di là del bene e del male, un cinema che non giudica, né si arrende al potere o denaro, ma cerca di riflettere onestamente un'immagine realistica della società."

"La storia dimostra che la mente di un artista è la mente analitica della sua società. Imparando la cultura e la storia del suo Paese, osservando gli eventi che si svolgono intorno a lui, egli vede, analizza e presenta alla società, attraverso la sua arte, tematiche di attualità.
Come si può accusare qualcuno di un crimine solo per quello che gli passa per la mente? - si domanda il regista -. L'assassinio delle idee e la sterilizzazione degli artisti di una società produce solo un risultato, quello di uccidere le radici dell'arte e della creatività. Arrestare me e i miei colleghi mentre giravamo un film ancora incompiuto non è nient´altro che un'aggressione da parte del potere a tutti gli artisti di questa terra[...].

"Vorrei ricordare alla corte un altro elemento paradossale della mia incarcerazione: lo spazio riservato nel Museo del cinema ai premi ricevuti da Jafar Panahi nei festival cinematografici è molto più ampio di quello della sua cella. Detto questo, nonostante tutte le ingiustizie commesse nei miei confronti, io, Jafar Panahi, dichiaro ancora che sono un iraniano, che resto nel mio Paese e che amo lavorare qui".

21 dicembre 2010

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L'11 settembre 2001 aveva segnato una svolta profonda nei rapporti tra Occidente e Islam, basata su un aggravamento della diffidenza nella percezione reciproca.

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