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La famiglia Tashchiyan

armeni di Crimea tra Shoah e comunismo


Grigori e Pran Tashchiyan sono due armeni emigrati a Simferopol dopo il genocidio nel quale hanno perso molti parenti. Quando scoppia la seconda guerra mondiale la famiglia dei loro vicini, Evgenia Kucherenko, e David Goldberg, è in pericolo. David è ebreo.

David viene arruolato nell'Armata Rossa, i bambini in quanto figli di padre ebreo rischiano di essere uccisi. Durante l'occupazione nazista vengono sterminati quasi tutti gli ebrei della città ucraina, compresi i genitori di David. 

Pran si offre di tenere nascosti i piccoli Goldberg nella sua casa protetta da un muro alto. Dal febbraio 1942 all'aprile 1944 Anatoly e Rita Goldberg giocano con Tigran e Asmik Tashchiyan, che li avvisano ogni volta che i tedeschi si avvicinano e li nascondono in cantina, in solaio e perfino nella cuccia del cane.

Dopo la liberazione le autorità sovietiche deportano i Tashchiyan in un kolkhoz nell'area di Kemerovo. Dopo due anni la famiglia riesce a scappare in Armenia, ma anche qui c'è lo stalinismo e li aspetta una nuova deportazione. Vengono riabilitati soltanto nel 1956, ma non viene permesso loro di tornare a casa in Crimea. Durante questo periodo le famiglie armena ed ebrea rimangono in contatto. 

Yad Vashem ha nominato i membri della famiglia Tashchiyan Giusti tra le Nazioni nel 2002.

28 novembre 2010

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Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente.Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

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