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Nobel, la sedia vuota per Liu Xiaobo

e i vincitori che non parteciparono alla cerimonia


Oggi è prevista la cerimonia di consegna del Premio Nobel per la Pace. Il vincitore, il dissidente cinese Liu Xiaobo, è in carcere e non ci sarà nessuno che riceverà il riconoscimento al posto suo. Per questa ragione il Comitato organizzatore ha scelto di lasciare una sedia vuota in sala, simbolo della protesta contro la sua detenzione.





IL NOBEL PER LA PACE NON CONSEGNATO

È già accaduto che un Nobel per la Pace non venisse assegnato, quello per il giornalista e pacifista tedesco Carl von Ossietzky, del 1935.
Quando vinse il riconoscimento Le autorità naziste si rifiutarono di liberarlo dal ne lager di Sonnenburg in cui era rinchiuso. Il premio non poté essere consegnato poiché il governo tedesco decise di rifiutare qualsiasi riconoscimento indirizzato a personalità della nazione. Il re di Norvegia non partecipò alla cerimonia.


I VINCITORI CHE NON PARTECIPARONO ALLA CERIMONIA

Alcuni Nobel per la Pace non intervennero alla premiazione:

Aung San Suu Kyi
La leader della Lega nazionale per la democrazia, il partito d'opposizione Birmano, fu insignita del Premio nel 1991, un anno dopo il travolgente successo elettorale del suo partito, annullato dalla giunta militare.
Quando fu premiata si trovava agli arresti domiciliari e sentì la notizia alla BBC. "Sentivo qualcosa che ovviamente mi riguardava, ma sembrava del tutto estraneo a me che ero così lontana”, disse Aung San Suu Kyi. La leader aggiunse che il premio aveva “rincuorato” i suoi sostenitori in un momento difficile. Suo figlio Aris partecipò alla cerimonia e tenne un discorso a suo nome.
Liberata un mese fa, ha dichiarato che le piacerebbe “con tutto il cuore andare a Oslo e ringraziare i norvegesi per il loro forte sostegno”. Ha aggiunto anche che vorrebbe “stendere una mano in segno di empatia con Liu Xiaobo” e che è molto “rattristata” dal fatto che al posto suo ci sarà solo una sedia vuota. 

Lech Walesa
Il leader sindacale e ex Presidente polacco Lech Walesa fu premiato nel 1983 per la sua opposizione pacifica al comunismo. Fu uno dei membri fondatori di Solidarnosc e guidò tutto il movimento europeo orientale anticomunista. Walesa decise di non partecipare alla cerimonia per il timore di non poter più fare ritorno in patria dopo la consegna del Premio. Al suo posto andarono sua moglie e suo figlio maggiore. Nel 1981 Walesa era finito in carcere e più tardi rilasciato nell’ambito di una repressione antidemocratica. Suo figlio Jaroslaw Walesa disse che il premio era un “enorme aiuto” che arrivava in un momento in cui “la fiducia in un cambiamento pacifico stava svanendo”. Walesa si è offerto di ritirare il premio per conto di Liu Xiaobo. 


Andrej Sacharov
Nel 1975 il fisico nucleare e attivista per i diritti umaniAndrej Sacharov divenne il primo cittadino sovietico a ricevere il Premio. Il suo lavoro negli anni ‘50 contribuì alla creazione della prima bomba H. Negli anni ’60 e ’70 Sacharov fondò il Comitato per i diritti umani di Mosca e chiese una riduzione degli armamenti nucleari. Le autorità sovietiche non permisero a Sacharov di recarsi a Oslo per la cerimonia. Sua moglie Elena Bonner partecipò al suo posto e disse che con il Premio veniva conferito a Sacharov “un incarico importante e gratificante” e compiuto un gesto “che avrebbe aiutato a sensibilizzare il mondo sulla situazione dell’URSS e in particolare dei dissidenti”. Sacharov morì nel 1989. Il Parlamento Europeo assegna ogni anno un prestigioso riconoscimento a suo nome alle persone che lottano per i diritti umani.

10 dicembre 2010

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Nell'Italia fascista, nella Germania nazista e nella Russia sovietica, nella Cina maoista e nei regimi dittatoriali dell'America Latina, così come nelle moderne teocrazie e nuove autocrazie, i libri scomodi venivano messi all'indice, fino ai roghi nelle piazze,  e gli storici, scienziati, accademici, artisti non allineati costretti all'esilio o rinchiusi in carcere.
Il totalitarismo entrava nelle case e imponeva il proprio controllo all'interno della famiglia, dove dominava la paura di essere traditi persino dalle persone più care. Si innescava così un meccanismo di autocensura: per sopravvivere si preferiva rinunciare non solo a esprimere le proprie idee, ma anche a ... pensarle. Non restava che omologarsi alla dottrina espressa dal leader al potere.
Chi cerca di resistere, di mantenere la propria individualità e libertà interiore, perde tutto, ma la sua autonomia, sommata alla resistenza di tanti altri nelle stesse condizioni, mina alle fondamenta un regime dittatoriale, fino al suo crollo finale.

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Giornalista, fotografo e attivista dei diritti umani