English version | Cerca nel sito:

La storia di Kira Obolenskaja

di Anatoly Razumov


Il direttore del Centro Nomi Restituiti di S. Pietroburgo presenta la figura di Kira Obolenskaja, una bibliotecaria che è stata fucilata, partendo dalla testimonianza di sua nipote. 
La donna racconta che il padre di Kira, Ivan Dmitrievic, era un militare della famiglia dei principi Obolenskij, da tempo impoverita. I suoi cinque figli maschi persero la vita al fronte, Kira cominciò a insegnare nella scuola dei giovani operai, diventando il sostegno della famiglia.

Improvvisamente però Kira Obolenskaja scomparve. Razumov spiega che venne arrestata nel settembre 1930. In quel periodo lavorava come bibliotecaria in una scuola di Leningrado. 
Durante gli interrogatori Kira Obolenskaja ebbe il coraggio di dichiarare: “Io non appartengo a quel genere di persone che condividono il programma del potere sovietico. Il mio disaccordo comincia dalla questione della separazione della chiesa dallo stato. Considero l’esproprio della terra ingiusta per i contadini e penso che la politica repressiva dello stato, il terrore e il resto, siano inaccettabili in un paese umano e civile. Io non sono a conoscenza di alcun gruppo, né di persone singole, attivamente ostili al potere sovietico. Ma, anche se lo fossi, riterrei comunque indegno far qualsivoglia nome, sapendo bene che, nelle attuali condizioni, questo comporterebbe per i malcapitati arresti e deportazioni.” Venne condannata a 5 anni di internamento.

Nel lager di Belomorstroe, Kira Ivanovna lavorava nell’ospedale del campo e insegnava agli infermieri. Dopo essere stata trasferita nello Svirlag, nel 1934 fu liberata prima del termine, ma le fu negata la possibilità di tornare a Leningrado. Lavorò in alcuni ospedali, poi nel 1936 si stabilì a Borovici, nella regione di Novgorod, dove insegnava tedesco in una scuola.
Venne nuovamente arrestata in quanto membro “di un’organizzazione insurrezionale ecclesiastica controrivoluzionaria” e fucilata. Su proposta della diocesi di San Pietroburgo, Kira Obolenskaja è stata dichiarata santa martire dal Sinodo del 6 ottobre 2001.

Si ringrazia Silvia Golfera per la traduzione dal russo

27 dicembre 2010

Commenti

Difesa della dignità umana

contro le derive totalitarie

In Protesi, della raccolta I racconti di Kolyma, Varlam Shalamov fa dire al protagonista, detenuto nel gulag, rivolto ai carnefici che volevano spogliarlo di tutto: "No, l'anima non ve la do!".In questa frase è racchiusa l'essenza dei Giusti: coloro che rifiutano di "vendere l'anima" nelle situazioni estreme, pur con la paura di passare nel campo delle vittime o di non avere più scampo, di fronte alle persecuzioni, all'odio, alle discriminazioni.
La difesa della dignità umana risulta così innanzitutto difesa di se stessi, della propria integrità morale, anche nel momento in cui si soccorre un altro essere umano. Per questo possiamo affermare che è giusto il gesto di chi salvaguarda la dignità delle vittime e insieme la propria umanità. Parafrasando la celebre frase del Talmud: "Chi salva una vita salva il mondo intero", possiamo dire che "salva il mondo intero chi salva se stesso", non difendendo la propria vita, ma l'anima, in ascolto della voce autentica della coscienza
Nel gulag raramente si poteva compiere un gesto di soccorso verso un altro prigioniero, ma ogni giorno si poteva cercare di opporsi al processo di disumanizzazione messo lucidamente in moto dal meccanismo perverso del campo di lavoro.

leggi tutto

Approfondimento

L'esperienza storica del totalitarismo sovietico: i Giusti dentro e fuori dal GULag

Documento del Comitato Foresta dei Giusti-Gariwo su "Giusti e GULag"

Scopri nella sezione

La storia

Andrej Sacharov

ha difeso la pace e la dignità umana nel GULag