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Jacqueline Mukansonera

1963

La donna hutu che salvò Yolande Mukagasana


“Sei tu che perseguitano? Mi chiamo Emmanuelle, mi hai guarita quando tutti i dottori mi prendevano per pazza. Io ti nasconderò”.
Con queste parole Yolande Mukagasana, un’infermiera tutsi scampata al genocidio, presenta la sua salvatrice nel libro La morte non mi ha voluta.
In realtà Emmanuelle è Jacqueline Mukansonera, una giovane di etnia hutu, che Yolande aveva curato nel suo ambulatorio a Kigali, nel quartiere di Nyamirambo. 
Yolande fin dai primi giorni del genocidio era tra le persone più ricercate dagli estremisti hutu e indicata come rappresentante dell’intellighentia tutsi destinata a morire.
Jacqueline nasconde Yolande nella sua cucina, sotto un doppio lavello di cemento, dove rimane per 11 giorni, uscendo solo di notte per mangiare e distendere i muscoli contratti. Le due donne non potevano neppure parlare, per timore di essere scoperte. Per metterla al sicuro Jacqueline corrompe un poliziotto e le procura un documento d’identità falso, su cui è indicata l’etnia hutu. 
Oggi Jacqueline vive in Rwanda, dove continua la sua battaglia per i diritti umani e dove ha fondato l’associazione “Jya Mubandi Mwana”, che si occupa di bambini con gravi handicap.
Nel 1998 Jacqueline Mukansonera e Yolande Mukagasana hanno ricevuto, a Bolzano, il premio “Alexander Langer”. Nella motivazione del premio si sottolinea il fatto che le due donne, pur conoscendosi appena, hanno fatto scattare il meccanismo della solidarietà tra esseri umani. Jacqueline si è assunta il compito di salvare Yolande da una morte sicura a rischio della propria vita dimostrando che anche nelle situazioni più brutali ed estreme, esistono spazi per la responsabilità e le iniziative individuali.
Il premio a Yolande è poi motivato dal fatto che pur avendo perso l’intera famiglia, sterminata in modo brutale, ha lottato per la sopravvivenza con coraggio e determinazione inauditi, e con l’obiettivo di denunciare al mondo quanto accaduto, perché questo evento non fosse abbandonato all’oblio e i responsabili non restassero impuniti; ma soprattutto perché questi crimini non possano più ripetersi. 
A questo scopo sono sicuramente essenziali gli esempi di scelte individuali coraggiose improntate a grande umanità, ma è anche necessario l’impegno di ognuno perché i singoli Paesi si ispirino, nell’azione politica, ai valori comuni e riconosciuti negli atti costitutivi della Comunità internazionale. 

Fonti: Rwanda. Memorie di un genocidio, Fotografie di Livio Senigalliesi, Introduzione di Daniele Scaglione, ed. Impronta Grafica, Milano, 2004

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Figure esemplari

nel genocidio rwandese

Caratteristica del genocidio rwandese è il breve tempo in cui esso si è svolto, 100 giorni per un milione di morti, preceduto da una intenzione e pianificazione genocidaria che solo poche persone hanno saputo cogliere e denunciare, come Antonia Locatelli e André Sibomana. Particolarmente gravi appaiono le responsabilità istituzionali dell’ONU, che ha riconosciuto l’azione genocidaria con colpevole ritardo.
Coloro che in questo contesto della contemporaneità hanno saputo reagire con comportamenti di aiuto, di soccorso e con atteggiamenti comunque solidali sono tanto più degni di considerazione e di rispetto, in quanto si staccano da una folla di persone che, pur essendo direttamente coinvolte, non hanno saputo o voluto agire e reagire.

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