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Dallaire, il testimone inascoltato

presentato dal giornalista Luciano Scalettari


Foto di Jen Yellow

Foto di Jen Yellow

Luciano Scalettari, coautore insieme al console Pierantonio Costa del volume La lista del console (Ed. Paoline) sull'operato di Costa durante il genocidio, presenta la figura di Romeo Dallaire.

"Romeo Dallaire, il comandante canadese del contingente Onu in Rwanda, è senz’altro un testimone particolarissimo, anzi unico, degli eventi relativi al genocidio rwandese del 1994.
Aveva avuto l’incarico di comandante in capo della missione Unamir delle Nazioni Unite che aveva il compito di sorvegliare e monitorare il processo di pace avviato con la trattiva e poi gli accordi di Arusha del 1993-1994.
[...]. Dallaire, fin dal suo arrivo si era trovato a comandare i circa 2.700 caschi blu presenti nel Paese. Tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994, il comandante canadese aveva segnalato a più riprese al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, al responsabile delle emergenze (allora Kofi Annan), al segretario generale delle Nazioni Unite il fenomeno di acquisto di armi – sia per l’esercito che destinate alla popolazione civile e alle squadre paramilitari come gli Interahamwe (cioè il movimento degli estremisti hutu che si affiancherà nei massacri alla guardia presidenziale e all’esercito nel perpetrare i massacri) – come pure le distribuzioni di machete e armi improprie alla popolazione civile, e ancora i crescenti episodi di addestramento fatto ai giovani estremisti. Segnalazioni che sarebbero rimaste lettera morta".

"Raddoppiatemi gli uomini a disposizione, fermerò il genocidio"

"Com’è noto, allo scoppio delle violenze, l’Onu decise di ritirare la gran parte dei caschi blu, lasciandone in Rwanda non più di 300. Dallaire, dal canto suo, chiese ripetutamente che l’Onu prendesse la decisione esattamente contraria: 'Raddoppiatemi gli uomini a disposizione – scriveva al comando Onu – e fermerò il genocidio'.
Non avvenne. Anche questi ulteriori appelli di Dallaire rimasero inascoltati. La vicenda andò come sappiamo: le vittime furono tra 800.000 e 1.000.000, in soli 100 giorni. [...].
Dallaire continuò a comandare l’esiguo drappello dei 300 caschi blu fino alla fine del genocidio. In seguito, la terribile esperienza di assistere impotente al genocidio lo portò a una grave depressione e a due tentativi di suicidio. Una depressione dovuta probabilmente anche ad alcune accuse che erano state mosse nei suoi confronti: riguardo alla sua condotta in alcuni frangenti specifici durante il genocidio, riguardo alle sue mancate dimissioni di fronte alle decisioni prese a New York, riguardo anche a presunte mancate segnalazioni di ciò che si stava preparando in Rwanda nei mesi precedenti il genocidio.
Accuse che sono cadute quando lo stesso Dallaire si è deciso a far conoscere i fatti. Nel 2003 il generale canadese ha dato alle stampe un libro (Ho stretto la mano al diavolo), che ha anche ispirato l’anno successivo un documentario sul suo operato. Il libro ha chiarito molti punti che erano rimasti oscuri delle sue scelte, delle azioni intraprese. Anche dei rapporti mandati all’Onu nei quali segnalava i rischi crescenti di nuove violenze.
In seguito Romeo Dallaire ha avuto, viceversa, molti riconoscimenti per il lavoro svolto in qualità di comandante della missione Unamir. Ed è diventato da qualche anni deputato al parlamento canadese.
Oggi, a distanza di 16 anni dagli eventi, l’ex generale può essere considerato un testimone prezioso di quanto accaduto in Rwanda e di come lo si è preparato, pianificato, scientificamente realizzato. E una figura importante nella denuncia – che continua a fare – dei fatti accaduti nel corso del genocidio e contro tutti i genocidi".

17 febbraio 2011

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Rwanda 1994

lo sterminio dei tutsi e degli hutu moderati

Dal 6 aprile al 16 luglio 1994 si compie in Rwanda, piccolo Stato dell’Africa centrale, nella regione dei Grandi Laghi, il genocidio dei tutsi e degli hutu moderati per mano degli ultrà dell’Hutu Power e dei membri dell’Akazu.
La regione Rwanda-Burundi, esplorata a fine ‘800 dai tedeschi, viene affidata con mandato della Società delle Nazioni, nel 1924, al Belgio. Forti delle teorie fisiognomiche ottocentesche, i belgi si appoggiano, nello sfruttamento coloniale, all’etnia tutsi, che si era conquistata la corona intorno al XVI secolo, unificando il Paese e instaurando un regime monarchico di tipo feudale, sottomettendo gli hutu e i twa. Nel 1933 i belgi inseriranno l’etnia di appartenenza (hutu e tutsi)  sui documenti di identità ruandesi.

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