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Il generale Romeo Dallaire

al Giardino dei Giusti di tutto il mondo


Il giornalista e esponente di Solidarnosc Konstanty Gebert presenta la figura del generale dei Caschi Blu che cercò in tutti i modi di fermare il genocidio rwandase.

Romeo Dallaire in Rwanda

Al Generale Romeo Dallaire era stata affidata una missione. L’ufficiale canadese, al comando dei duemila uomini che formavano il contingente ONU in Rwanda, doveva supervisionare l’implementazione di un accordo di pace siglato nel 1993 tra il regime Hutu e i gruppi di guerriglieri per lo più Tutsi che lo combattevano. Da bravo militare discipinato. Dallaire faceva il suo meglio per obbedire agli ordini, ma presto si rese conto che era inutile. Non solo il governo di Kigali non atttuava gli accordi, ma una fazione al suo interno stava attivamente preparando il massacro dell’intera popolazione Tutsi. Allora richiese un aumento delle truppe, come da mandato originario, ma nessuno Stato membro dell’ONU era intenzionato a fornirne. Fece richiesta di veicoli di trasporto truppe ed elicotteri, ma ricevette un altro diniego. Infine chiese il permesso di sequestrare gli armamenti clandestini ammassati per il massacro, ma i suoi superiori all’ONU risposero che ciò esulava dal suo mandato. In altre parole gli fu ordinato di restare tranquillo e assistere ai preparativi di un genocidio.



Questo è proprio quanto egli rifiutò di fare. Negoziò, mise in campo tutte le sue capacità di persuasione, minacciò gli autori del genocidio fingendo che il suo contingente fosse quello che sarebbe dovuto essere in teoria: una rappresentazione potente, vigile e armata della volontà morale della comunità internazionale. Di fatto esso non era che un contentino per placare lo sconcerto dell’opinione pubblica. Esiguo e condizionato dagli ordini dall’alto com’era, non poteva avere un vero impatto. Quando, come Dallaire aveva continuato ad avvertire i suoi superiori per mesi, il genocidio iniziò, egli chiese immediatamente tremila uomini in più e l’attrezzatura necessaria. Era sicuro che con una tale forza avrebbe potuto fermare il bagno di sangue, ma quando dieci soldati belgi sottoposti al suo comando furono rapiti e assassinati da forze Hutu, l’ONU decise invece di ritirare tre quarti del moncone di contingente. Dallaire, che non aveva cercato di salvare i soldati rapiti in quanto i suoi uomini erano tutti occupati a cercare di prevenire i massacri di civili Tutsi da parte del governo rwandese, più tardi sarebbe stato accusato di vigliaccheria dalle autorità belghe.

Al ritiro dei soldati ONU, le migliaia di civili Tutsi che avevano cercato la protezione del contingente internazionale furono massacrati dai miliziani e soldati Hutu, spesso sotto gli occhi dei caschi blu. Nelle sei settimane seguenti, finché le guerriglie sconfissero il regime genocida, furono uccise 800.000 persone. Delle decine di migliaia che sopravvissero, come gli ospiti dell’“Hotel Rwanda” reso famoso dall’omonimo film documentario, molti dovevano la vita allo sforzo instancabile di Dallaire e quello che si sarebbe dovuto definire correttamente il suo scheletro di una truppa. Ma perfino quando il contingente ONU fu raffozato di nuovo in seguito a un’ondata di sdegno internazionale, era troppo tardi per le centinaia di migliaia di persone che erano state uccise nel frattempo. Dallaire continuò a domandare di agire, ma come al solito questa possibilità gli fu negata. Perfino la sua richiesta di bloccare la stazione radio che coordinava i massacrifu respinta, adducendo ragioni di costi.

La denuncia

Quando rientrò in Canada dopo la fine della fallita missione dell’ONU, Dallaire non se ne stette tranquillo. Denunciò pubblicamente gli ufficiali superiori dell’ONU e gli Stati membri che avrebbero potuto e dovuto agire, ma erano rimasti indifferenti. Dallaire aveva fatto tutto ciò che poteva per limitare il massacro, ottenendo davvero molto di più di quel che ci si sarebbe potuto aspettare, ma la sua coscienza, afflitta dagli orrori che aveva visto e non gli era stato reso possibile fermare, non lo lasciava in pace. Malato di Sindrome da Stress Post-traumatico, fu fatto dimettere dalle forze armate canadesi per motivi medici. La sua lettera di dimissioni diceva che non era più idoneo a comandare. Nessun altro fu licenziato, lasciamo stare punito, per aver permesso che il genocidio avesse luogo.

Nel 2000 il Generale in pensione Dallaire tentò il suicidio e fu salvato in extremis. Da quel momento in poi è guarito, anche se non dai rimorsi della coscienza che lo attanagliano ancora. Ha descritto la sua esperienza del Rwanda in “Shake Hands with the Devil”, uno dei libri più importanti dell’ultimo decennio. Insignito di numerose lauree honoris causa da una dozzina di università, è consulente di un certo numero di ONG attive nella difesa dei diritti umani e di svariate istituzioni, ed è un conferenziere prolifico. Le sue accuse all’ONU e ai maggiori Stati membri sono schiaccianti, ma egli non si esime dal prendersi anche le sue responsabilità personali. In un mondo in cui semplicemente troppo spesso gli individui sono fraudolentemente definiti “la voce della coscienza” in questo o un altro conflitto, Dallaire non ha bisogno di etichette: ha realmente una coscienza e agisce in armonia con essa.

16 marzo 2011

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Testimoni di verità

per fermare i carnefici e difendere il futuro

Il ruolo del testimone nel corso di un genocidio è molto importante perchè permette di denunciare  il crimine in corso e di chiedere al mondo di arrestarlo.Lo fece già Armin Wegner all'inizio del secolo scorso, durante il genocidio degli armeni in Anatolia. Rimase inascoltato, come rimase inascoltato Jan Karski, messaggero della resistenza polacca a Londra e a Washington, che non riuscì a perdonarsi per il resto della vita di non aver potuto convincere "i potenti" della necessità di intervenire per fermare la Shoah.Entrambi, tuttavia, non si limitarono a chiedere l'intervento internazionale, ma sentirono il dovere di documentare la persecuzione. Divenne testimoni oltre il presente, per il futuro.Wegner scattò, con grave pericolo personale, centinaia di fotografie, unico documento esaustivo giunto fino a noi che permette di smentire ogni tentativo di negare il genocidio armeno e rende giustizia alle vittime.Karski volle verificare di persona, a rischio della vita, cosa succedeva nel Ghetto di Varsavia e nei lager nazisti in cui venivano deportati gli ebrei, per poterne testimoniare in modo irrefutabile, contro il disegno di occultare le prove dello sterminio.Gli scrittori, i poeti, gli intellettuali che osarono denunciare in Unione Sovietica il regime dispotico che toglieva la libertà e la dignità furono rinchiusi nei gulag, dove molti di loro morirono di fame e di stenti.

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