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I Giusti di Berlino

storie di solidarietà nella Germania del Terzo Reich


Ernst ed Helisabeth Joseph sono due ebrei salvati dalla persecuzione nazista a Berlino grazie al coraggio di alcuni tedeschi subito dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali, nel 1933.
Queste storie sono state rese note grazie alla loro figlia che desidera onorare il ricordo dei salvatori.

Helisabeth Joseph, i documenti falsi per una nuova vita

Cresciuta in una famiglia agiata di Berlino, nel 1937, a quattordici anni, Elisabeth Joseph (nata Jacoby) è costretta ad abbandonare gli studi per svolgere un periodo di lavoro forzato presso lo stabilimento Siemens-Halske. Quando la Gestapo sequestra l’appartamento in cui vive con i genitori e il fratello, si rifugia dapprima a casa di conoscenti, poi in abitazioni sventrate dai bombardamenti o negli angoli della stazione ferroviaria Bahnhof-Zoo. Durante uno dei tanti spostamenti in città che compie nel terrore di essere scoperta, Elisabeth incontra Eva Cassirer, una compagna di scuola di poco più grande. Eva invita Elisabeth a casa certa di poter contare sull’aiuto della madre Hannah Sotschek. Le due accolgono la giovane e le procurano dei documenti nuovi. Sotto il falso nome di Liselotte Lehmann e con la vita “normale” di un’aiutante domestica, Elisabeth trascorrerà in casa Sotschek più di due anni.

Ernst Joseph, nascosto con la sua famiglia

Ernst Joseph, classe 1915, possiede con la famiglia una piccola ditta import-export di beni alimentari. L’entrata in vigore delle leggi antiebraiche costringe Ernst a liquidare l’azienda e, come Elisabeth, a prestare lavoro coatto alla Siemens-Halske. Su suggerimento del socio d’affari Oscar Materne, si rivolge a Leni Pissarius nella speranza di trovare un rifugio in cui nascondersi con i genitori Leopold e Bertha. Leni e Paul Pissarius aiuteranno con ogni mezzo e terranno nascosti in casa propria i tre componenti della famiglia Joseph per oltre due anni e mezzo sino alla resa di Berlino il 2 Maggio 1945. I coniugi Pissarius sono stati riconosciuti Giusti tra le Nazioni da Yad Vashem.

(Foto caricata da Whatsthatpicture)

21 aprile 2011

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Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente.Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

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