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"La lezione di Bin Laden deve servire agli Usa"

intervista ad Antonio Ferrari


La prima pagina del Chicago Tribune

La prima pagina del Chicago Tribune

Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera analizza la situazione del Medio Oriente, a partire dall'accordo tra Hamas e Fatah in Palestina e dall'uccisione del terrorista.

Hamas e Al Fatah hanno stretto un accordo. Che prospettive potrebbe aprire per Israele?

Io credo che questo sia comunque un passo. Schiacciato da tutte le altre notizie che arrivano dal mondo arabo, dal Medio Oriente e dal Nord Africa ma un passo in ogni caso importante perché a Gaza c’è una situazione complessa dove magari per "ragioni artificiali" - non conosciamo ancora la dinamica di quello che è accaduto - Hamas non è più la componente più estremista della striscia ma ce n’è un’altra costituita dai Salafiti, infiltrati o forse delusi da Hamas che in qualche modo danno ad Hamas la possibilità di diventare un punto di riferimento più accettabile anche dalla comunità internazionale. Bisogna capire se questo è un evento “naturale” o provocato. I capelli bianchi mi dicono che di “naturale” c’è sempre ben poco e quindi bisogna guardare dietro le quinte, a quello che ha causato la situazione che stiamo seguendo.
Dall’altra parte abbiamo un’Autorità nazionale palestinese che ha con Hamas gli stessi problemi anche se i due schieramenti sono stati l’uno contro l’altro armati
La rivolta popolare, che sembrava non avere sfiorato o avere soltanto lambito il mondo palestinese, in effetti lo ha colpito in maniera molto consistente. Ci sono state contestazioni contro gli arricchimenti e le ruberie, effettuate dalla parte laica, quella che ha sede a Ramallah dove ha sede l’Autorità nazionale palestinese. Altre contestazioni, sia pur di genere diverso, sono avvenute a Gaza. I contestatori sono persone inserite all’interno di Hamas, che credono assolutamente ad Hamas ma che vedono che la cristallizzazione di questo potere senza unghie è una cristallizzazione che ha favorito anche quei fenomeni che la stessa Hamas diceva di voler contestare.
Ecco perché due debolezze, quella di Fatah e della spina dorsale dell’Autorità nazionale palestinese e quella di Hamas a Gaza, in qualche misura hanno trovato un punto di intesa. Questo punto di intesa è importante e va analizzato attentamente. Quando il Primo ministro israeliano dice: “Quelli di Ramallah devono scegliere se fare la pace con noi o farla con Hamas" dice una cosa ad uso del suo governo sempre più fragile ma non guarda in maniera lucida agli sviluppi del prossimo futuro.

Come giudica l’atteggiamento del governo israeliano rispetto alle rivolte del mondo arabo?

Molto silenzioso. Io penso che Israele abbia molta paura di queste rivolte per una semplice ragione: per il fatto che possono provocare una ribellione parallela anche all’interno di un Paese democratico, indubbiamente, ma che per ora è rimasto spesso alla finestra con gli altri e soprattutto con se stesso. Mi aspettavo che Israele fosse più coraggioso nell’analisi, mi sembra di capire che Israele in questo momento abbia molta più nostalgia di quello che sta perdendo piuttosto che la capacità di saper guardare avanti, osservare cosa significa poter avviare riforme democratiche anche in quei Paesi che se portassero a termine queste riforme dovrebbero essere considerati da Israele in modo diverso.

Qual è il ruolo dei Fratelli musulmani in Egitto? Quali sono le prospettive rispetto ai rapporti con Israele?

Questo non lo sappiamo ancora. Sappiamo che sicuramente le rivolte sono state importanti, dobbiamo riconoscerlo, ma queste rivolte, ammantate di un certo sincretismo molto fantasioso, non hanno ancora lasciato intendere chi alla fine ci metterà il cappello sopra. Ora è evidente che i Fratelli musulmani sono una componente dell'Egitto però oggi, 2 maggio, bisogna riflettere su un fatto che può avere un impatto strepitoso: l’uccisione di Osama Bin Laden. Al di là dell’importanza che poteva avere in questo periodo Osama Bin Laden, sicuramente inferiore rispetto al passato - oggi siamo di fronte a un terrorismo molto più regionalizzato che centralizzato come era quello del 2001. Però Bin Laden era l’apostolo dell’"estremismo per l’estremismo" e quindi anche i Fratelli musulmani più estremisti potevano considerarlo come uno dei potenziali punti di riferimento. Oggi questo viene a mancare. Io non ho la sfera di cristallo ma posso dire che oggi forse tutte le forze estremiste hanno un problema in più.

Come giudica l’intervento italiano in Libia? È legittima la preoccupazione che esprime la Lega?

Qui entriamo in un campo tipicamente italiano, noi siamo un Paese bizzarro e io sono quasi felice di occuparmi di più spesso politica estera e molto meno di politica italiana perché molte volte certi bizantinismi non li capisco. La Lega ha una sua linea, la porta avanti non dimenticando che il suo obiettivo può essere alternativo a questa linea, il suo obiettivo è il federalismo. In questo momento si trova in conflitto con l’altra componente importante, la spina dorsale del Governo, il PDL. A me, come osservatore, suonano strane troppe cose: mi riesce molto difficile vedere prima i baciamani di leader davanti a un personaggio che tutti noi consideravamo poco affidabile - e noi non siamo degli uomini di potere ma dei semplici osservatori, appunto - un personaggio che ci ha salvato dall’invasione e oggi noi italiani siamo parte di quell’alleanza che va a bombardare, forse a uccidere suo figlio, i suoi nipoti e che dice “Forse questo è un personaggio orrendo”. In questo momento mi domando: in che mondo vivo? Abbiamo un minimo comune denominatore sulle cose a cui ci dobbiamo adeguare oppure no? Questa è la domanda che mi pongo e che non riguarda ovviamente solo la lega perché la Lega ha una sua posizione, secondo me anche comprensibile, anche se non giustificabile, che non fa parte del mio modo di vedere le cose. Mi chiedo in che mondo sto vivendo, un mondo dove tutto è possibile. Questo non vale soltanto per l’Italia.
Io sono molto felice che Osama Bin Laden sia stato tolto di mezzo anche se non amo l’idea dell’esecuzione del nemico. Però mi piacerebbe molto che la lezione di Bin Laden servisse non soltanto a noi ma anche agli americani, io non dimentico che Bin Laden è stato istruito, finanziato e sostenuto dalla Cia quando la guerra principale era sconfiggere l’impero sovietico in Afghanistan.
Magari era una missione giusta però non si può foraggiare Bin Laden, aiutarlo, sostenerlo e poi scoprire che in fondo ci siamo cacciati una serpe in seno.

Un commento sulla Siria, dove l’Onu è in una posizione di stallo.

La comunità internazionale reagisce con alti e bassi a seconda delle convenienze. È chiaro che per Assad c’è più bisogno dei “guanti bianchi” rispetto ad altri. Il crollo di quel regime - l’unico regime laico che rimane - potrebbe avere delle conseguenze molto pericolose anche perché nel Paese covano vendette che attraversano trasversalmente la maggioranza sunnita, che è il 75% della popolazione, il vertice è alawita, di una minoranza.
La caduta di questo regime sarebbe estremamente pericolosa. In Occidente, come al solito, quando ci fa comodo rispettiamo la democrazia e i diritti umani, quando non ci fa comodo non li rispettiamo. Penso anche alla Cina: se consideriamo che la democrazia è difficile da esportare ma i diritti umani devono essere universali non vedo perché debbano essere invocati in un luogo e invece si debba chiudere gli occhi in un altro contesto. Io credo che si debba trovare un baricentro, un punto di convergenza vera su valori comuni altrimenti situazioni di questo genere le rivivremo in molte altre zone del mondo.

Abbiamo assistito con gioia alle rivoluzioni del mondo arabo indicandole come segno di una nuova ventata di democrazia. È davvero così?

Io non ho mai creduto che la democrazia si possa esportare, si possono esportare valori da condividere. Non ho dubbi sul fatto che questi valori possano essere maggiormente condivisi nel mondo arabo, non avendo mai creduto né al conflitto di civiltà né ad altre diavolerie che abbiamo immaginato in questo ultimo decennio, devo dire che continuo ad avere entusiasmo per quello che è successo però un entusiasmo rafffreddato dall’esperienza che mi insegna a stare a vedere se davvero quello che abbiamo pensato, immaginato o sognato si realizzerà oppure no.

(Foto di Swanskalot)

2 maggio 2011

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