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L'imam che a Parigi salvava gli ebrei

documenti online sul sito delle Bâtisseuses de Paix


Si Kaddour ben Ghabrit ha diretto la Moschea di Parigi fra il 1920 e il 1954 e durante la seconda guerra mondiale ha voluto farne un rifugio per le persone ricercate. Ha fatto passare per musulmani molti ebrei, ha integrato bambini ebrei all'interno di famiglie musulmane, ha nascosto perseguitati nei sotterranei e nei meandri della Moschea, ha modificato le lapidi del cimitero musulmano per dare ad alcuni ebrei le identità di persone decedute. Quando i tedeschi bussavano alla sua porta, li conduceva nella sala delle preghiere e ribadiva che si trovavano in un luogo di culto. Secondo alcune fonti ha salvato 500 persone, secondo altre 1.500. Il collegamento fra ben Ghabrit e i perseguitati era tenuto dal dott. Assouline, secondo cui le tessere annonarie procurate loro erano 1600. Le tessere annonarie erano assegnate una per persona. Per questo si pensa a un numero di salvataggi molto elevato.

Oggi l'attività di salvataggio dell'imam è documentata da documenti originali recanti le firme delle autorità di Vichy. In queste carte, online sul sito dell'associazione francese Bâtisseuses de Paix, si legge tra l'altro: "Le autorità di occupazione sospettano il personale della moschea di Parigi di rilasciare fraudolentemente a individui di razza ebraica dei certificati attestanti che gli interessati sono di confessione musulmana. All'imam è stato intimato in maniera perentoria di rompere con qualsiasi pratica di questo genere. Sembra, in effetti, che un certo numero d'israeliti ricorrano a espedienti di tutti i tipi per dissimulare la loro identità".

I Giusti dell'Islam sono stati ricordati di recente nel libro Tra i Giusti di Robert Satloff, che ha scritto di aver provato più volte invano di farsi rilasciare i documenti dall'attuale imam della moschea di Parigi, e in una mostra itinerante del Centro Missionario Pime

(Foto da Wikimedia Commons)

23 maggio 2011

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Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente.Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

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Intervista a Pierantonio Costa

dal blog di Beppe Grillo, in collegamento via Skype da Kigali

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Giobbe Armaroli, Angelo Maltoni, Giovanni Pignatti

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