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Contro la popolazione Maya


Come nel resto dell'America Latina, il modello economico-sociale prevalente in Guatemala dopo la conquista dell'indipendenza dalla Spagna nel 1821, fu quello del dominio della minoranza bianca, ricca e privilegiata, sulla maggioranza della popolazione autoctona o meticcia costretta alla povertà e priva di diritti. Nel 1954 un golpe militare pose fine a un tentativo di riforma agraria che rischiava di compromettere i tradizionali equilibri economici e di potere. Seguirono anni di potreste popolari, sia democratiche che di guerriglia. Fra il 1960 e il 1996 imperversò una guerra civile nel corso della quale si scontrarono gli interessi delle classi agiate urbane discendenti dai colonizzatori e quelli dei ceti più poveri e dei campesiños di etnia maya sparsi nei villaggi delle zone rurali del Paese. 

L'apice della violenza fu raggiunto fra il 1978 e il 1983. In quell'arco di tempo l'esercito sterminò intere comunità maya nei villaggi più remoti e più poveri della regione centro-occidentale. La stragrande maggioranza delle vittime apparteneva al popolo Maya e abitava nella regione Ixil/Ixcàn, nel dipartimento del Quiché, dove fu eseguito il 90% delle stragi. I luoghi che, fra gli altri, rimangono tristemente famosi sono: Barillas e Nentón (nel dipartimento di Huehuetenango), Plan de Sánchez (Baja Verapaz), San Francisco Javier, Vibitz e Chicamán (dipartimento del Quiché). Nel 1994, sotto la pressione internazionale e col patrocinio dell'ONU, le parti in lotta si incontrarono a Oslo per concordare una cessazione delle ostilità. In quell'occasione nacque una Commissione per il Chiarimento Storico (CEH), con il mandato di ricostruire l'andamento degli eventi nel corso di quegli anni e di promuovere la riconciliazione sulla base della verità storica. continua Dopo un'indagine durata cinque anni, condotta con la cooperazione dei testimoni e col sostegno finanziario delle più importanti istituzioni internazionali, la CEH ha appurato che le stragi colpirono solo marginalmente obiettivi militari e si connotarono nella grandissima maggioranza dei casi, al contrario, come crimini contro l'umanità, nella fattispecie contro la popolazione Maya. La CEH ha stabilito in 626 gli episodi di massacri di civili inermi da parte delle forze governative. Il numero complessivo delle vittime è di circa 200.000, di cui 132.000 solo nel corso dell'operazione "terra bruciata" sotto i governi di Lucas Garcia e di Efrain Rios Montt, fra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta. A questi morti si deve aggiungere un milione e mezzo di sfollati causati dalla guerra, 150.000 rifugiati in Messico, 50.000 scomparsi. Il documento della CEH afferma che la responsabilità dei crimini è da attribuire allo Stato nel 93% dei casi, alla guerriglia nel 3% e ad altri soggetti nel rimanente 4%. 


Sotto il profilo politico, la CEH ha accertato che la responsabilità diretta dei massacri va in primo luogo attribuita ai due capi di governo che si sono succeduti al potere fra il 1978 e il 1983: Romeo Lucas Garcìa e Efrain Rios Montt. L'esecuzione materiale delle stragi fu condotta sotto la supervisione del generale Hector Gramajo, coordinatore e supervisore dei comandanti militari delle operazioni per la zona occidentale (Alta e Baja Verapaces, El Quiché, Huehuetenango e Chimaltenango). Una menzione particolare merita il coinvolgimento di civili fra gli esecutori dei massacri, pianificato dai vertici politici e militari. Nei primi anni '80 fu ideato un piano militare (Plan Victoria) che istituiva un corpo paramilitare, a cui venne dato il nome di Pattuglie di Autodifesa Civile (PAC) col compito di affiancare l'esercito nell'azione repressiva. Molti civili furono reclutati, spesso con la forza, in queste PAC. Rios Montt perfezionò e intensificò l'uso delle PAC. Lo scopo era di fornire manovalanza all'esercito per il "lavoro sporco", con il duplice risultato di rendere più efficace la repressione e di dirottare su responsabili diversi dai militari eventuali accuse di crimini di guerra. Sebbene le PAC si siano rese responsabili di atrocità innumerevoli, studi dell'Università di Yale hanno dimostrato che, su ogni cento massacri compiuti nei primi anni '80, ottantasette sono da attribuire ai militari che agivano in base a un preciso disegno. Nel documento prodotto dalla CEH si parla di una strategia dello Stato mirata a eliminare la guerriglia e i suoi fiancheggiatori facendo terra bruciata in tutti i luoghi in cui avrebbe potuto attecchire. È accertata l'esistenza di documenti relativi alle campagne militari denominate Campaña Victoria 1982, Operativo Sofía del 15 luglio '82, Operación Ixil, Civilian Affairs del Plan Firmeza 1983. 


Lo scopo era di eliminare persone o gruppi di civili indifesi per provocare il terrore come strumento di controllo sociale. In un'intervista il Generale Hector Gramajo, vicecapo dello staff di Rios Montt's, affermò "orgogliosamente" che "una delle prime cose che abbiamo fatto è stato di stendere un documento per la campagna con allegati e appendici. Era un lavoro completo pianificato fino all'ultimo dettaglio." Meno di un mese dopo il colpo di Stato di Rios Montt, nell'aprile del 1982, il Plan Victoria fu firmato dalla Giunta e messo ufficialmente in atto dieci giorni più tardi. Il segreto di Stato copre i documenti citati e si sono rivelati vani i tentativi delle organizzazioni per la difesa dei diritti civili, di costringere il governo a rendere pubblico il loro contenuto, classificato al livello più alto di segretezza e per questo inaccessibile per almeno 30 anni rinnovabili. 


Nel clima di aspra contesa ideologica aperto dalla guerra fredda, l'obiettivo di ergere una diga contro il temuto dilagare del comunismo fu messo al di sopra di ogni considerazione umanitaria. I ceti privilegiati erano terrorizzati dall'idea che la rivendicazione di riforme sociali si risolvesse in un attentato al diritto di proprietà. Fu questo il movente dell'elaborazione della "dottrina della sicurezza nazionale", che fornì legittimazione alla violenza indiscriminata dello Stato contro chiunque rivendicasse una maggiore giustizia sociale. Tale dottrina consentì allo Stato di classificare come "oggettivamente comunista" chiunque fosse schierato sul fronte opposto e di renderlo passibile di annientamento. Qualunque forma di opposizione venne individuata come terreno di coltura del "nemico interno". Lo stesso impegno di molti sacerdoti per la difesa dei diritti dei più deboli venne considerato eversivo. Le campagne militari che si risolsero nello sterminio delle comunità Maya stanziate nelle zone rurali furono intraprese in nome della suddetta "dottrina". Erano frequenti i casi di militari alla ricerca di guerriglieri in Paesi precedentemente individuati come covi insurrezionali che, non trovando maschi adulti, rivolgevano la loro violenza contro gli abitanti inermi dei villaggi. Si hanno testimonianze di "esecuzioni" di donne, bambini e anziani, avvenute nel corso di campagne militari condotte indiscriminatamente contro interi paesi. 


Le modalità di tali assassini vanno dallo sventramento alla decapitazione e al sotterramento delle vittime ancora vive in fosse comuni. Le donne, prima di essere uccise, venivano quasi sempre stuprate, spesso davanti agli occhi dei figli. Dopo di che, si faceva terra bruciata di quanto rimaneva. Le "operazioni di terra bruciata" nei confronti dei Maya comprendevano la completa distruzione delle loro comunità, case, risorse, mezzi di sussistenza, uso dei loro simboli culturali, istituzioni sociali, economiche e politiche, valori e pratiche culturali e religiose. Ai massacri di massa si accompagnava l'eliminazione di singoli oppositori mediante il sequestro e la tortura che si concludeva con la morte. Questa seconda modalità di assassinio era riservata ai capi sindacali, agli studenti, ai giornalisti democratici e agli intellettuali in genere.

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