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Contro le derive totalitarie


In Protesi, della raccolta I racconti di Kolyma, Varlam Shalamov fa dire al protagonista, detenuto nel gulag, rivolto ai carnefici che volevano spogliarlo di tutto: "No, l'anima non ve la do!".In questa frase è racchiusa l'essenza dei Giusti: coloro che rifiutano di "vendere l'anima" nelle situazioni estreme, pur con la paura di passare nel campo delle vittime o di non avere più scampo, di fronte alle persecuzioni, all'odio, alle discriminazioni.
La difesa della dignità umana risulta così innanzitutto difesa di se stessi, della propria integrità morale, anche nel momento in cui si soccorre un altro essere umano. Per questo possiamo affermare che è giusto il gesto di chi salvaguarda la dignità delle vittime e insieme la propria umanità. Parafrasando la celebre frase del Talmud: "Chi salva una vita salva il mondo intero", possiamo dire che "salva il mondo intero chi salva se stesso", non difendendo la propria vita, ma l'anima, in ascolto della voce autentica della coscienza
Nel gulag raramente si poteva compiere un gesto di soccorso verso un altro prigioniero, ma ogni giorno si poteva cercare di opporsi al processo di disumanizzazione messo lucidamente in moto dal meccanismo perverso del campo di lavoro. Astenersi dalla delazione o dal rubare un pezzo di pane al compagno, provare compassione per la sorte del vicino di letto e sentire un moto di indignazione di fronte ai continui soprusi che coinvolgevano tutti i detenuti, pur sapendo di dover lottare per non soccombere ogni attimo della giornata, era il massimo dell'umanità a cui poteva aspirare un uomo in quella disperata condizione. Anche in questo ci voleva coraggio e forza d'animo. 
Non era diverso, se non per intensità di persecuzione, fuori dal GULag, nella società civile: era difficile opporsi ai diktat del potere, che chiedeva di tradire i familiari, di rinnegare i legami di amicizia e respingere le proprie radici identitarie in nome dell'ideale comunista. Le donne hanno avuto un ruolo importantissimo nel mantenimento di uno spazio di umanità nell'ambito parentale, soprattutto quando veniva loro richiesto di divorziare dai mariti accusati di essere nemici del popolo e inviati nei gulag. Chi resisteva pagava a caro prezzo il proprio no: perdeva la casa, il lavoro, a volte persino i figli, spediti negli orfanotrofi o sfruttati nella loro fragilità infantile e adolescenziale per coinvolgerli nella battaglia ideologica contro i propri cari. 
Altri aspetti hanno caratterizzato il dominio della società civile nella Germania nazista, ma anche lì possiamo rintracciare il minimo comun-denominatore della richiesta del potere di abdicare alla propria individualità in nome di un valore ideologico superiore, l'uomo nuovoincentrato sulla purezza della razza e collettivamente sulla nazione come espressione di un popolo composto esclusivamente da uomini superiori (uomini puri ariani)
Chi ha rifiutato l'adesione a questo disegno di costruzione non di un'umanità migliore, ma di un prototipo collettivo disumano, è stato perseguitato fino alla morte. Sophie Scholl, una studentessa ventenne di Monaco, ha pagato con la vita, insieme ai suoi amici universitari, la difesa della propria dignità e della storia di un popolo di cui andava orgogliosa per quanto di meglio ha saputo dare all'umanità intera, nella letteratura, nella filosofia e nelle arti.

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