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La Siria sotto la lente di ingrandimento

analisi di Pietro Somaini


Le rivolte in Siria: oltre 4mila morti


Ad oltre otto mesi dall'inizio della sollevazione popolare in Siria contro il regime di Bashar Al Assad si contano, ormai, almeno quattromila morti. I moti sono partiti a metà marzo dalla cittadina di Deraa, ai piedi del Jebel druso, non lontano dalla Giordania per poi estendersi a macchia di leopardo a gran parte del Paese toccando anche le periferie di Damasco ed Aleppo. Fino ad oggi la capitale ed il suo centro e Aleppo, la seconda città della Siria a Nord sono state relativamente risparmiate dal movimento di rivolta antiregime che, invece, ha investito in pieno le grandi città di Homs, Hama, Lattakia sulla costa mediterranea, quest'ultima città prevalentemente sunnita ai piedi del Jebel Ansar, la regione montuosa parallela alla costa abitata originariamente dalla minoranza alauita, salita al potere 41 anni fa con il clan degli Assad in funzione di "guardia pretoriana", all'interno del Partito socialista panarabo Baas e dell'esercito. 


Chi sono gli Alauiti


Quella degli Alauiti di Siria è più un'identità "etnico - religiosa", se si può usare questo termine, che, propriamente, un credo religioso affermato apertamente verso l'esterno. L'alauismo deriva in parte dallo sciismo che si rifà al sesto Imam, da elementi di neoplatonismo, manicheismo ed apporti dei riti cristiani. È, insomma, una religione chiusa e sincretica. Di fatto gli alauiti hanno costituito sotto Hafez Al Assad, prima ministro della difesa, poi presidente dal 1970 alla morte nel maggio 2000, il nerbo del corpo degli ufficiali e dei sottufficiali e delle milizie del partito Baas. Ma il clan degli Assad ai vari livelli del partito quasi unico, dello Stato, delle Forze armate e delle classi sociali, particolarmente l'ampia borghesia mercantile urbana di Damasco ed Aleppo ha sempre dovuto cercare compromessi politici ed economici con gli interessi di una buona parte del mondo sunnita. I primi anni della presidenza di Bashar Al Assad, oftalmologo diplomato in Inghilterra, avevano lasciato sperare in un' apertura, modernizzazione e democratizzazione pluralistica, ma ben presto, forse anche al di là della volontà personale di Bashar, il regime è ritornato ai vecchi metodi repressivi nei confronti dei diritti umani e politici tanto cari alla tradizione del nazionalismo baasista.


Le reliigioni della Siria


La rivolta siriana si ispira a quelle della "primavera araba" ma si svolge in un Paese che non è omogeneamente sunnita come la Tunisia e la Libia o con una significativa minoranza cristiana come i Copti d'Egitto che rappresentano circa il 10% della popolazione.
In Siria i Sunniti sono circa il 60% a fronte di un 12 o 13% di Alauiti, di un 9 -10% di cristiani prevalentemente ortodossi, ma anche melchiti e siriaci, un 3% di Drusi, anch'essi con un'antica derivazione sciita e neoplatonica, e, infine, circa un 10% per cento di curdi che possono essere manovrati in funzione antiturca dal Pkk in connivenza con il regime di Damasco se la rivolta dovesse evolversi in vera e propria guerra civile e la crisi diventare internazionale.


Il ministro degli Esteri francese Alain Juppé ha riconosciuto il Consiglio nazionale siriano come interlocutore ufficiale, ha affermato che l'Unione europea dovrebbe mettere allo studio la possibile creazione di una "zona di sicurezza" non meglio precisata, ma ha escluso che un'opzione militare sia nell'agenda. In altre parole: la Siria che ha il quintuplo di abitanti della Libia è un vero e proprio puzzi e di etnie e religioni, dove i sunniti sono maggioritari, ma non in maniera geograficamente e politicamente omogenea. La minoranza cristiana, nelle sue varie componenti, ha preferito fino ad oggi rimanere sotto l'ala protettiva ed oppressiva del regime baasista, un po' come avvenne in Iraq, piuttosto che schierarsi per le istanze democratiche e pluralistiche dell'opposizione prevalentemente sunnita. Alla stampa estera viene impedito da mesi l'accesso in Siria e si hanno solo pochi video filmati clandestini. L'organizzazione dell'opposizione più ampia è il Cns, guidato da Burhan Ghaliun, che gode di un riconoscimento internazionale e che al proprio interno vede forze di tendenza sia islamista che laica. Vi è, poi, il Cncd (Comitato nazionale di coordinamento per il cambiamento democratico) di impronta più laica. Vi sono infine varie personalità politiche ed intellettuali che hanno preso le distanze dal regime ma non si sono ancora schierate in maniera univoca. In varie località al confine con la Turchia e, particolarmente, nella zona di Homs, terza città del Paese, alcune migliaia di militari e parecchie decine di ufficiali, già da alcuni mesi hanno iniziato a disertare dalle divisioni meno operative, e hanno incominciato azioni o di guerriglia urbana a fianco dei manifestanti o attività militari su più vasta scala.
Le stime sulla consistenza dell'Asl (Armata siriana libera) variano tra i 2 - 3 mila e i 20 mila uomini (cifra, forse, un po' esagerata) guidata dal colonnello Ryiad Al Assaad, rifugiato in Turchia. Quest'ultima è stata costretta a passare da una posizione di riavvicinamento e cooperazione con la Siria ad una di rottura aperta quando il regime baasista ha cominciato a sparare sul proprio popolo.


La crisi tra Turchia e Siria


La rottura tra Ankara e Damasco è avvenuta dal punto di vista turco "obtorto collo", poiché la linea ufficiale "neottomana" del premier Erdogan e del ministro degli Esteri Davutoglu era quella di non avere nemici in Medio Oriente e di svolgere, anzi, una funzione di leadership pacifica economica e politica nella regione. Fino ad ora a desiderare una contrapposizione della Turchia nei confronti dell'Iran (per le note questioni su cui non ritorniamo se non per accenno: Israele, nucleare ecc.) erano più gli ambienti angloamericani che non i turchi desiderosi di proseguire nel loro straordinario ritmo di sviluppo economico che non potrebbe che essere danneggiato da una guerra più o meno vasta.
La realtà della rivolta popolare e democratica siriana è dunque complessa e foriera di complicazioni internazionali (omettiamo, volutamente, per il momento di nominare le implicazioni libanesi e, ancor più quelle israeliane, della questione). Se si può dire che il Paese che per ragioni geopolitiche ha più voce in capitolo sull'evoluzione della situazione siriana è la Turchia, altrettanto si può affermare che un peso determinante sui prossimi eventi di Damasco l'avranno quelli che risulteranno dall'intricato, macchinoso ed incerto processo elettorale del Cairo.

Pietro Somaini, giornalista

30 novembre 2011

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