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La situazione in Afghanistan

dopo il Corano bruciato


Il Presidente degli Stati Uniti Barack Hussein Obama si trova in una situazione delicata alla fine di questo febbraio 2012 dopo quasi una settimana di sollevazione popolare innescata in quasi tutto l’Afghanistan dalla distruzione in un falò, ad opera di alcuni militari americani di stanza nella base militare americana di Bagram, di alcune copie del Corano.

Il Corano è il sacro testo, profezia e parola divina dettata a Maometto per il tramite dell’angelo Gabriele, oggetto sacro e venerato da tutti i mussulmani. È evidente che la sollevazione, durata vari giorni, ha evidenziato alcuni dati di fatto.  


Innanzitutto la popolazione afghana, che per quasi la metà è di etnia pashtu (circa 15 milioni di abitanti, oltre il doppio di Pashtu abitano oltre frontiera in Pakistan nelle province autonome del Nord Est che rappresentano per il regime pakistano, particolarmente per l’establishment militare un irrinunciabile baluardo di profondità geostrategica nei confronti della vicina India) si riconosce nella religione islamica, al di là di ogni divisione. Ma, soprattutto, la sollevazione a difesa del Corano è stata una prova di forza a carattere nazionalistico che ha dimostrato la debolezza estrema del governo Karzai (che in altri tempi sarebbe stato definito un governo “fantoccio”) e, particolarmente, ha dimostrato l’abisso che separa le truppe e i funzionari americani ed occidentali dall’insieme della popolazione afghana.  A più riprese soldati americani sono stati uccisi da militari delle stesse forze armate del governo Karzai, funzionari americani sono stati uccisi a bruciapelo all’interno del ministero dell’Interno di Kabul inducendo gli americani e, quindi, anche tedeschi e francesi a fare altrettanto  in altri ministeri ed istituzioni.


L’ambasciata americana a Kabul è stata chiusa, e così pure sedi delle Nazioni Unite sparse per il Paese. Dicevamo he Barack Obama e, a maggior ragione le altre forze occidentali presenti nel paese, si trovano in una situazione estremamente delicata. Il Presidente americano uscente nei mesi  che lo separano dalle elezioni presidenziali del primo martedì di novembre di quest’anno, per sé e per le elezioni di “mid term” del Congresso, di fronte ad una destra repubblicana guerrafondaia (anche su altre questioni come quella iraniana e siriana) non può dare segni di debolezza, ma deve seguire il calendario di progressivo e graduale ritiro dalla regione entro la fine del 2014. D’altro canto, mentre i candidati repubblicani sembrano deboli e divisi, senza personalità forti, sui temi dell’economia interna che sembra dare segni di ripresa, assomigliano ai “capponi di Renzo Tramaglino” e, proprio per questo fanno a gara a chi la spara più grossa e truculenta in politica internazionale, Barack Obama, e così i suoi alleati occidentali della Nato, devono cominciare a pensare al dopo elezioni presidenziali Usa. I tre anni che ci separano dalla fine del 2014 sono un periodo troppo lungo. Il governo Karzai è, veramente, un regime fantoccio. L’interrogativo che ci si dovrebbe porre, circa l’Afghanistan dovrebbe essere quello di come ritirare al più presto possibile tutte le forze occidentali da un territorio dove non è stato possibile, a causa di un’infinità di errori, conquistare le menti e i cuori delle popolazioni civili.


Ci vuol altro che qualche opera civile e qualche azione di alfabetizzazione, soprattutto a favore delle donne afghane. Come fare ciò senza riconsegnare l’Afghanistan ad Al Qaida o ad organizzazioni consimili? Non siamo affatto certi che esista bella e pronta una ricetta per la stabilizzazione e la relativa pacificazione dell’Afghanistan. Tuttavia, fin dalla Conferenza di Bonn del 2002, all’indomani dell’abbattimento del potere talebano con Bin Laden in fuga, si era affacciata l’ipotesi della divisione dell’Afghanistan in “aree di influenza” con una , maggioritaria, affidata al Pakistan che avrebbe esercitato la propria influenza sui propri Pashtun e su quelli afghani, comprendente la metà meridionale ed orientale del paese ed una occidentale e settentrionale più vicina all’Iran e alle repubbliche dell’Asia Centrale. Certo il tutto è complicato dalla presenza, a macchia di leopardo, delle varie etnie e relative confederazioni tribali all’interno delle due aree principali. Il rischio di una situazione di tipo “jugoslavo –balcanico” esiste, ma, tuttavia, la presenza di truppe occidentali in quella regione è una prospettiva destinata a dissanguare le già esangui casse delle economie occidentali e si presenta fin da ora, ma in realtà da anni, come una guerra perduta in partenza e come un garbuglio inestricabile dal quale conviene uscire al più presto.

Pietro Somaini, giornalista

28 febbraio 2012

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