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Nikolic nega il genocidio di Srebrenica

il Presidente serbo contro il verdetto dell'Aja


Il neoeletto Presidente serbo Tomislav Nikolic ha scioccato la comunità internazionale negando al massacro di Srebrenica la qualifica di "genocidio". Secondo lui nel 1995 in Bosnia sarebbero stati compiuti "gravi crimini di guerra" i cui responsabili devono essere "trovati, perseguiti e puniti", ma non un vero e proprio sterminio mirante a eliminare un popolo o una fede. 

Le sue dichiarazioni sembrano una doccia fredda mentre sono in corso le trattative per l'adesione all'UE della Serbia. Già nel 2004 il presidente della Camera d'appello del Tribunale per i crimini dell'ex Jugoslavia Theodor Meron aveva dichiarato che a Srebrenica era stato commesso un vero e proprio genocidio da parte dei serbo-bosniaci, che avevano "il preciso intento di distruggere i musulmani di Bosnia ed Erzegovina in quanto tali".


Nei giorni scorsi è iniziato il processo a Ratko Mladic, il "boia dei Balcani", accusato di alcune delle peggiori atrocità commesse in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: undici diversi capi d'accusa tra cui crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio, tra cui la strage di 8000 musulmani perpetrata l'11 luglio 2005 a Srebrenica. 

4 giugno 2012

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La pulizia etnica

nella ex-Jugoslavia

La Jugoslavia federale era costituita da sei repubbliche (Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia) e due regioni autonome unite alla Serbia (Kosovo e Vojvodina). Con la morte di Tito, nel 1980, scoppiano le tensioni politiche che sono all'origine della guerra civile tra le varie repubbliche che componevano lo Stato federale.
Nel periodo che va dal 1990 al 1999, con un precedente nel 1989, quando la Serbia si oppone all'autonomia del Kosovo, le parti in guerra utilizzano a più riprese la pulizia etnica per prevalere.

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Jovan Divjak

autore di " Sarjevo mon amour "