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Ognuno muore solo


La copertina del libro

La copertina del libro

Hans Fallada
Sellerio, Palermo, 2010

Berlino, 1940: partendo da un fatto tragico, ma decisamente contingente per il periodo, quale la morte di un soldato tedesco, l’autore ci offre uno spaccato della vita della gente comune nella Germania nazista nel triennio successivo.
Il romanzo, che si basa su un reale dossier della Gestapo, relativo a un’inchiesta su una coppia di coniugi di mezz’età condannati a morte, viene poi sviluppato dall’autore con personaggi e storie di fantasia, che ricalcano in modo preciso e realistico la quotidianità della povera gente in quegli anni e il clima dell’epoca: tra povertà, bombardamenti, soprusi, delazioni e comune delinquenza, c’è chi cerca sicurezza nell’isolamento dagli altri, chi cerca di ribellarsi al sistema, chi lo appoggia fanaticamente, chi cerca di servirsene a proprio vantaggio, chi vive di espedienti, chi lotta con la propria coscienza, chi vive sempre in base ad essa.


L’arrivo della notizia della morte al fronte dell’unico figlio provoca non solo l’immaginabile disperazione nei genitori, ma innesca una reazione a catena sul rapporto tra di loro, con i parenti e gli amici più stretti, con i vicini, con il sistema e con lo stesso Hitler. La frase pronunciata nel momento di maggior angoscia dalla moglie “Tu e il tuo Fuhrer”, provoca nel marito, un tranquillo capo-officina, solitario ed estraneo alla politica, un terremoto interiore, che lo porta a pianificare e mettere in atto un maldestro atto di ribellione: scrivere cartoline anonime anti-Reich.
Da questo fatto contingente, dunque, si sviluppa la trama principale del romanzo, che nel corso della narrazione che va fino alla morte dei protagonisti nel 1943, si estende e ingloba altre storie con altri personaggi.
Ogni carattere è descritto in modo estremamente vivido e realistico, e il tono della narrazione è a volte tragico, a volte ironico, a tratti addirittura comico, ma sempre misurato e naturale, in tutta la sua crudezza: non c’è spazio per preamboli, digressioni, spiegazioni, orpelli stilistici o pietismo. Il romanzo procede ad un ritmo decisamente incalzante, sono i fatti a parlare da sé, dando voce ai pensieri dell’autore, che analizza e descrive, attraverso le azioni dei protagonisti, i pensieri, le reazioni, i dilemmi interni, la grandiosità e la grettezza d’animo del popolo tedesco, vittima anch’esso, e non sempre consapevolmente, del nazismo.
Il filo conduttore del romanzo è la lotta interna dell’individuo con la propria coscienza, quando scopre di avere una coscienza, scopre che si è svegliata e soprattutto quando scopre che seguire la propria coscienza significa andare contro lo Stato, contro la legge, contro la “morale” comune, e quindi verso una morte certa. C’è il tentativo di metterla a tacere, trovando delle giustificazioni, c’è la mera vigliaccheria, c’è la ribellione come mezzo per riappropriarsi della propria umanità e identità in un regime che punta all’omologazione e all’annullamento della personalità, c’è la resistenza di chi ha sempre vissuto secondo coscienza, c’è chi la scopre all’improvviso, dopo una vita passata a soffocarla. Ed è vero che, in quel periodo, vivere secondo coscienza significa andare incontro a morte certa, ma  quando si riesce a liberarsi della paura della morte, vuoi perché si ridiventa padroni della propria vita (come nel caso di Otto con la fiala di cianuro), vuoi perché si ha un obiettivo che  trascende tale paura (nel caso di Anna, con la distruzione della fiala di cianuro per poter rivedere Otto), allora si è veramente liberi. La libertà è non aver più paura, ed ecco che, quello che sembrava un romanzo sulla morte, diventa in realtà un inno alla vita.

Tea Camporesi

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