English version | Cerca nel sito:

Siria, cacciato Padre Dall'Oglio

Dopo 30 anni per il dialogo interreligioso


foto da Jesuit.org

foto da Jesuit.org

Dopo 30 anni di lavoro per il dialogo e la convivenza tra le diverse confessioni religiose in Siria, Padre Paolo Dall'Oglio è costretto ad abbandonare il Paese. "Lascio la Siria su richiesta della Chiesa e delle autorità civili", ha dichiarato il gesuita a capo del monastero Deir Mar Musa al-Habashi. Dall'Oglio è fondatore di una comunità che, dal 1992, accoglie fedeli cristiani e musulmani e ospita seminari interreligiosi.


"Sto partendo ma il monastero rimarrà aperto"
Dopo l'inizio degli scontri tra il governo di Assad e le forze di opposizione, il monastero Deir Mar Musa era stato oggetto di un'irruzione da parte di uomini armati. Padre Dall'Oglio, a cui il governo già a novembre aveva intimato l'espulsione, è riuscito a rimanere in Siria fino a pochi giorni fa, quando a Radio Vaticana ha dichiarato di dover partire per 'evitare conseguenze peggiori' dovute alla sua situazione personale.


L'espulsione
Il gesuita rivendica di aver agito "in piena libertà di espressione e sulla base degli impegni presi dal governo siriano lungo tutto il 2012. Questo - prosegue Dall'Oglio - ha creato una situazione che di fatto ha obbligato l'autorità ecclesiastica a chiedermi di lasciare il Paese per evitare conseguenze peggiori".


La crisi siriana
Racconta di un paese "diviso, sofferente e ferito a morte" Dell'Oglio, che considera la Siria il luogo "del contrasto più strategico tra la potenza continentale asiatico-russa e la Nato". Uno scenario drammatico in cui si consuma anche una "lotta mediatica internazionale all'ultimo sangue, dove si usa il concetto di antiterrorismo per bloccare le aspirazioni di un popolo alla libertà. Questa immensa menzogna internazionale va negata."




21 giugno 2012

Commenti

Dialogo e riconciliazione

tra vittime e persecutori sono i Giusti a parlare al futuro

Nel tessuto sociale lacerato di un Paese in cui è stato perpetrato un genocidio o altri crimini contro l'Umanità, è molto difficile, anche a distanza di anni, la ripresa di un dialogo per ricucire gli strappi e ricostruire una trama di convivenza civile tra chi appartiene al campo delle vittime - come i sopravvissuti o i familiari o i rifugiati e i loro eredi- e chi a quello dei persecutori, dei complici o degli indifferenti. A cui si aggiunge il ruolo primario dello Stato, dei suoi funzionari e governanti, che spesso cercano di negare l'accaduto e rifiutano di assumersi le responsabilità - pur evidenti - dei massacri. Solo la capacità di reazione e di ascolto di chi non si è piegato all'omologazione dei comportamenti nel gruppo dei persecutori e ha rifiutato di adeguarsi a condotte che la coscienza non approva, può garantire la ripresa di una comunicazione tra le parti che sappia coniugare l'esigenza della verità e l'assunzione di responsabilità con l'apertura al futuro e  a una comune progettualità. 
I Giusti sono gli unici ad avere le carte in regola per farlo.

leggi tutto

Scopri nella sezione

La storia

Pietro Kuciukian

si batte contro il negazionismo e per onorare i Giusti del genocidio armeno