La rabbia islamica contro i monumenti
dal Bangladesh al Mali
Non solo l’ambasciata di Bengasi, non solo il film blasfemo su Maometto.
La protesta islamica ha infiammato paesi come Egitto, Yemen, Sudan e Pakistan, ed è giunta anche in Bangladesh. Risale infatti alla notte del 29 settembre la notizia di uno dei più violenti attacchi contro la comunità buddista del Paese, scatenato dalla pubblicazione su Facebook di una foto giudicata offensiva contro l’Islam. Circa 25mila musulmani hanno dato alle fiamme centinaia di case nel sudest del Bangladesh e diversi templi buddisti, tra cui il tempio Shima Bihar, antico di 250 anni.
Questo episodio è l’ultimo di una serie di attacchi a luoghi di culto da parte di fondamentalisti islamici che hanno recentemente coinvolto altri Paesi. Risulta immediato il rimando alla situazione in Mali, dove da mesi i fondamentalisti islamici hanno occupato il Nord del Paese e hanno distrutto alcuni mausolei dei santi musulmani dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco.
Il quadro in Mali è tuttavia più complesso e si inserisce all’interno di un contesto in cui sono coinvolte anche le istituzioni internazionali. La distruzione dei siti religiosi a Timbuctu è stata dichiarata “crimine di guerra ai sensi dell’articolo 8 dello Statuto di Roma” dal nuovo Procuratore della Corte Penale Internazionale, Fatou Bensouda. Il governo del Mali ha inoltre chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di agire secondo il Capitolo VII della Carta dell’Organizzazione e di autorizzare un intervento militare per liberare il Nord del Paese.
2 ottobre 2012
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Amina Wadud
docente di studi islamici presso il Dipartimento di filosofia e studi religiosi dell'Università americana della Virginia










